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La cosiddetta riduzione dello stipendio dei parlamentari è una misura evidentemente demagogica e tecnicamente errata.

Molto più sensato sarebbe, allora, parametrare le retribuzioni di deputati e senatori alla loro produttività, misurandola per esempio sull’effettiva presenza in aula.

Nelle Camere, come sappiamo, il tasso di assenteismo e infatti elevatissimo.

Se però prendiamo almeno parzialmente per buona la motivazione che gli stessi parlamentari adducono per la loro scarsa presenza, cioè l’affastellarsi di troppi impegni politici e istituzionali e, soprattutto, la sostanziale inutilità di gran parte delle attività in aula, la conclusione che potremmo trarre è ancora diversa e ben più radicale.

È l’intero sistema di lavoro dei “rappresentanti del popolo” che non funziona.

Molto più logico sarebbe, quindi, ridurne drasticamente il numero e concentrarlo in attività di commissione, nelle fasi preparatorie delle normative, laddove sono ancora possibili margini di effettivo confronto tra diverse posizioni e tra maggioranza e opposizione, riducendo al minimo o addirittura eliminando del tutto la fase di dibattito e di voto finale, che nella stragrande maggioranza dei casi serve solo a sancire un risultato già stabilito.

Al netto di queste valutazioni di carattere – ripetiamo – meramente tecnico e difficilmente confutabili, rimane però l’altro non irrilevante aspetto: quello demagogico.

Una misura come la riduzione dello stipendio dei parlamentari, cioè di quella che viene vista dalla stragrande maggioranza degli stessi elettori come una casta di privilegiati nullafacenti, avrebbe un ritorno di consenso epocale, capace di sbaragliare qualunque altro dubbio sull’azione del governo in carica.

Ed è davvero curioso che, mentre il Movimento 5 Stelle appare pienamente consapevole di questa portata, tant’è che sta insistendo in modo molto determinato per mandare in rete l’approvazione della misura, sia proprio il Carroccio – e persino lo stesso Matteo Salvini, cioè l’animale politico che al momento dimostra indubitabilmente più fiuto di chiunque altro – ad assumere posizioni dubbiose al riguardo, delle quali sfugge il senso.

Vedremo come terminerà questa querelle, ma se le posizioni rimanessero quelle attuali e soprattutto se i grillini riuscissero a portare a casa questo risultato, l’attuale trend – che vede la Lega erodere progressivamente le simpatie per i propri alleati di governo – potrebbe conoscere una svolta davvero rilevante.

È vero che il Carroccio in questo stesso momento sta puntando su un altro tavolo, cioè quello delle autonomie regionali, che è in effetti un cavallo di battaglia storico del partito (così come la riduzione dei costi della politica lo è per i 5 stelle).

Ma questa mossa, per quanto sensata, va sempre in direzione contraria alla marcia – discreta ma trionfale – compiuta da Salvini in questo periodo governativo. Cioè quella di un’affermazione della Lega sempre più ampia in termini non solo quantitativi, ma anche sociali, geografici, generazionali, culturali.

Il rischio di un ritorno all’eccessivo radicamento localistico è sempre dietro l’angolo.


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