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Meritiamo una politica che parli seriamente di ricerca e sviluppo, di istruzione e sanità, di eliminazione della burocrazia e protezione dei dati.

È evidente che altri stati europei si sono fatti trovare più preparati di noi, che con quindicimila morti cantiamo ancora il “modello Italia”. Cosa possiamo imparare da questo dramma?

Consideriamo un attimo l’evoluzione politica del nostro paese negli ultimi trent’anni. Per dover di sintesi, concediamoci a qualche semplicismo:
Dopo la più grande tragedia ideologica della storia occidentale, il ventennio Berlusconi ha aperto le danze alla retorica populista. Si è passati, per vari motivi, dalla massima espressione del Welfare State, a Draghi, senza quasi accorgersene. Da un popolo critico, capace di dibattere, con valori costruiti sulla conoscenza, alla misera scaramuccia razzista/buonista. Si è passati da Lotta Continua alle Sardine. Da Craxi a Conte.
Cos’è successo?

Per dirla in parole povere, dal crollo URSS i politici hanno seguito un illusorio destino liberale. Poi nel 2008, dopo una ventina d’anni a bordo di quel carro, le democrazie occidentali si sono schiantate. Dopo uno schiaffo come la crisi finanziaria, si poteva davvero ristrutturare il discorso politico e rimettere al centro temi cruciali e figure concrete, in grado di preparare gli stati alle sfide del nuovo secolo sulle quali vi era già molto ritardo.

Invece no, l’austerity europea ha steso un tappeto rosso alla più grande scalata dei partiti populisti anti tutto. Anti Europa, anti-politica, anti-casta, anti-intellettualoni, anti-cultura, anti-istituzioni, anti-scienza, anti-immigrazione, conoscenza, approfondimento, analisi, ascolto, dialogo. Abbiamo dato spazio PURE AI NO VAX!

Ed eccoci qui. Dopo anni di tagli alla sanità, all’istruzione e alla ricerca, con un sistema pensionistico totalmente insostenibile, 130MLD l’anno di evasione, e una classe dirigente incompetente che con la Caporetto dell’INPS ha dimostrato di non capire nulla sulla protezione dei dati personali.

Eccoci! Con un paese completamente in ginocchio, a dire agli italiani di cantare l’inno, meditare, ed essere pronti a “correre più veloci domani”. Ma davvero i cittadini credono a questa roba qua?

Molto probabilmente no. Anzi, sembra percepire una voglia diffusa per una nuova politica. Che cambi profondamente.
Dunque, può il Covid essere l’ultimo avvertimento della storia? Saranno in grado, elettori e politici, di capire che il discorso pubblico deve cambiare focus?

La prospettiva sembra davvero buia se consideriamo che mezza politica sta già preparando il sacco per Giuseppi. I principali esponenti dei partiti, persone che dovrebbero guidare gli elettori, non hanno la minima idea di come affrontare questa crisi, figuriamoci di come rilanciare il paese. Ma son già tutti lì, pronti a tornare negli studi con la claque.

Però, se gli elettori saranno in grado di capire l’importanza di una politica vera, capace di prevedere, quindi di avere una visione chiara per il futuro, allora forse sarà l’ora per dei progetti di medio-lungo periodo e per politici seri.

Però sta ai cittadini mandare a casa chi apre la bocca solo per parlare. Si può dibattere a lungo sulle responsabilità dei governi, ma la politica è espressione del popolo, quindi se non si sveglia chi detiene ancora l’arma del voto, la situazione non cambierà.

È ora di incassare il colpo, ma poi bisognerà reagire.
Presto si tornerà alle urne. L’elettorato dovrà essere pronto a liquidare questa politica di leaderini, votando solo chi dimostrerà serietà. E qualcosa per fortuna si intravede. Solo così potranno tornare al centro del dibattito i temi degli investimenti in ricerca e sviluppo, istruzione, sanità, dell’eliminazione della burocrazia e della protezione dei dati. Tuttavia, se si tornerà a parlare di immigrazione ed Eurocrati invece che degli Stati Uniti d’Europa, sarà la dimostrazione definitiva di un’Italia incapace di imparare dai suoi errori. Bisogna smettere di credere agli slogan. E se si riesce a fare questo salto di qualità, se ne vedranno gli effetti.

Sarà dura, e come dice qualcuno più saggio di me, sembriamo più vicini al “Day After”, ma se bisogna sperare in qualcosa, è il caso di sperare in una politica nuova e concreta, una politica del pensiero, del dibattito, e dell’azione. Una politica che ha imparato la lezione.


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