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Frank Zappa, dall’alto del suo genio bizzarro e corrosivo, aveva postulato che le folle euforiche di figli dei fiori, che berciavano ed applaudivano ai suoi piedi, nella piana infangata di Woodstock, in realtà non volessero fare alcuna rivoluzione, ma stessero solo festeggiando il fatto di poter dormire fuori casa e, magari, con la scusa del libero amore, rimediare una scopata.

Può essere che il baffuto musicista esagerasse un tantino, ma quel suo giudizio al curaro, oggi, a cinquant’anni di distanza, mi sembra ancora la definizione più calzante del Sessantotto.

Il Sessantotto, non fu una rivoluzione: non nacque da un’ideologia e nemmeno da una filosofia: non produsse una cultura, non diede inizio ad una nuova fase della civiltà umana. Fu una generazione che si mise a pestare i piedi per avere le chiavi di casa e poter tornare un po’ più tardi la sera.

Non ci furono le élites rivoluzionarie di Sorel: nessun Lenin, nemmeno un Voltaire. Al massimo, ci furono dei giovanotti male in arnese, che strimpellavano maluccio una chitarra. Eppure, questo ribobolo giovanile, apparentemente insignificante, originò una slavina che ancora oggi ci trascina verso il baratro: l’esatto contrario di un monte che partorisce il topolino. Nel Sessantotto, fu il topolino a generare la montagna.

La messa in discussione del principio d’autorità, ad onor del vero, era iniziata molto tempo prima: già alla fine del XIX secolo, l’uomo si era trovato nudo e privato delle proprie certezze dogmatiche. Ne era derivata una lunga sequenza di inette, tremebonde, autoreferenziali creature letterarie: fragile testimonianza del fatale errore insito nella distruzione dei miti, senza altri miti con cui sostituirli.

Il Sessantotto non fu nemmeno questo: gli mancò la solidità culturale, non ebbe alcuna continuità epistemologica con il passato. Fu un’avanguardia inconsapevole, insomma.

Cominciarono ad affermarsi, al posto dei “manifesti” delle avanguardie novecentesche, gli “slogan”: vietato vietare, la fantasia al potere, ce n’est qu’un dèbut… Che, se uno ci pensa, sono cazzate senza senso: allora, però, infiammavano i cuori generosi di una generazione tirata su a burro e canzonette e rimbalzavano sui muri e negli epifonemi delle bassaridi in minigonna e dei Bakunin in basettone e zazzera incolta.

Iniziava la rivoluzione del niente: l’idea che bastasse negare le cose sbagliate per ritrovarsi, automaticamente, in un mondo più giusto.
L’antico adagio “xe pezo el tacòn del buso” si sarebbe rivelato tragicamente pertinente ai fatti.

Il Sessantotto fu una piccolissima catastrofe epocale: una puntura di spillo che avrebbe posto in sella all’Europa una classe dirigente del tutto incapace di affrontare la serietà del futuro. E, allo stesso tempo, produsse quell’errore dottrinale di fondo che, anche ai giorni nostri, paghiamo a caro prezzo: la pretesa arrogante ed inscalfibile di essere gli unici ad aver ragione. L’idea, insomma, che basti andare contro per essere nel giusto: la chiacchiera al posto del lavoro, la boutade al posto dell’umiltà di tacere se non si sa, il disprezzo per chi la pensi in modo differente.

In definitiva, il Sessantotto fu una rivolta di nani, che abbattè i palazzi del potere per ricostruire, alla fine lo stesso potere. Solo che, nella sua infinita miseria intellettuale, lo mise ad abitare nelle palafitte. Un Rinascimento trogloditico…


Le opinioni dei lettori
  1. Valter Ameglio   On   27 aprile 2018 at 12:10

    Giustissimo. Pensiamo all’Università dove alle baronie allora contestate ne sono subentrate altre con nessun altro merito che la carta d’identità più fresca

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