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Viviamo in una società vissuta nel mito del bandito, non solo il fuorilegge leggendario stile Al Capone che avrà sempre un suo fascino oscuro, ma anche del bandito che di fascino non ne dovrebbe avere.

Quante volte ci si vanta della fabbrica tirata su dal nonno sfruttando il lavoro in nero, della casetta al mare totalmente abusiva che poi è stata condonata, della cugina statale costantemente in mutua con domicilio nei migliori alberghi d’Italia, del lavoro ottenuto grazie al calcio in culo dell’amico del cognato, dei soldi ricavati da quel bando milionario dell’Unione Europea?

Tutto ciò, inutile negarlo, ha reso grande l’Italia, ma ha anche distrutto il famoso contratto sociale fra Stato e cittadini teorizzato da Hobbes. L’arte italiana della via alternativa alla legge, come le tarme, ha smangiucchiato nel tempo tutta la società rendendola totalmente insensibile alle regole imposte da qualsiasi istituzione.

La critica delle regole, col passare degli anni, ha cambiato obiettivo diverse volte: prima verso lo Stato, poi verso il costume, verso la regione, la scuola, la magistratura, i dottori. Tutti i ruoli vengono distrutti dalla voglia di farsi le regole a propria convenienza e nulla è esentato dalla giustificazione classica “Cosa vuoi che sia anche se io… Tanto hanno pesci più grandi da beccare… Tanto anche se mi beccano cosa vuoi che succeda?”.

La colpa della distruzione del contratto sociale non è comunque da ricercare solamente nel cittadino: anche le istituzioni hanno fatto la loro parte creando e inventando regole sempre più atte alla protezione delle stesse e non alla protezione dei cittadini. Nel nome del mantenimento del potere, gli occupanti delle poltrone hanno usato la scusante e la maschera dell’istituzione per mangiare tutto il possibile e per poter continuare a mangiare sempre più.

Questo circolo vizioso che ha distrutto la fiducia reciproca e che ha reso cittadini e Stato nemici profondi oggi si fa notare in modo devastante. I decreti atti al contenimento del contagio del virus sono molto spesso denigrati, se non addirittura sfidati da ognuno di noi. Le piccole attenzioni e i grandi sacrifici che ci vengono richiesti vengono accolti con uno sbuffo e non vengono messi in pratica dalla maggior parte di noi. Se lo Stato ci chiede di stare in casa andiamo a trovare gli amici, se il datore di lavoro ci chiede di rispettare norme igieniche ci si chiede perché non si poteva stare a casa, se i ristoranti vengono chiusi ci manca la pizza.

Come se quando stiamo con gli amici non stessimo al cellulare, come se non ci ricordassimo com’era stare senza lavoro, come se non ci si fosse sempre vantati della pizza che sappiamo fare in casa col lievito madre. Probabilmente non abbiamo ancora capito che, in questo caso, è in ballo la salute nostra e dei nostri cari. Ritorniamo a rispettare le regole oggi, per poter andare davanti alle istituzioni a ridiscutere il contratto sociale. Facciamo la nostra parte oggi per costringere le istituzioni a fare la loro domani.


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