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Red Land” è andato in onda su Raitre: la vittoria è stata piena ed assoluta. La tragedia personale della famiglia Cossetto e quella di un intero popolo, dopo più di settant’anni di negazioni, ammissioni parziali e, peggio di tutto, giustificazioni, è finalmente stata sdoganata.

Sui social network, da parte del popolo della destra, è un intonare di peana, un sentimento di vittoria che, normalmente, si riscontra solo nel caso di qualche trionfo calcistico.

Io, come credo sappiate, di calcio m’intendo pochissimo e dedico il mio blando affetto ad una squadretta di provincia che indossa gli stessi colori dell’Inter. In compenso, però, m’intendo di foibe e di esodo: diciamo, anzi, che sono uno che se ne intende parecchio, senza quelle false modestie, che, in bocca ad un fesso vanesio come me, farebbero un po’ ridere. E da storico vi dico che, a me, “Red Land” non è piaciuto.

Intendiamoci: è stato importantissimo realizzarlo e, forse, ancor più, sostenerlo e farne una bandiera, uno strumento di lotta contro l’oscurantismo e il colpevole oblio di negazionisti e giustificazionisti. Ma il film, in sé, a me non è piaciuto.

Non si tratta del solito atteggiamento supercilioso dello studioso di fronte ad un film la cui vicenda si svolga in un contesto storico: “Il gladiatore” è un film che di filologico non ha nulla, dalle ricostruzioni storiche grottesche ai personaggi improbabili, ma è un gran film. Nel senso che è epico: che trasmette un sentimento del valore, dell’onore, della fedeltà che è più storicamente significativo della forma di un gladio o delle statue di un anfiteatro.

Il film su Norma Cossetto, invece, non ha afflato epico: mi è sembrato, anzi, perfino troppo didascalico. Il che, in altre parole, vuol dire noiosetto e prevedibile. Bravo, direte voi, grazie che è prevedibile: sai già come va a finire! Non intendo dire che è prevedibile in questo senso: lo è nella declinazione dei personaggi, dei caratteri, degli eventi. Sembra confezionato per stereotipi.

Per cominciare, i partigiani slavi, brutti, sporchi e cattivi, spuntano come quattro gatti assetati di sangue, praticamente dal nulla: allo stesso modo, appariranno le truppe germaniche, ridotte ad una compagine piuttosto sbertucciata da evidenti limiti di budget.

Dopo un’estenuante carrellata di scene di vita quotidiana, nemmeno un cenno alla catastrofe che si stava consumando dopo l’8 settembre, se non nelle scene del comando italiano di Trieste (anche quello risicatissimo per ragioni economiche), in cui tutti sembrano pupazzi istupiditi: il generale Esposito, il piantone e, soprattutto, il signor Cossetto, uomo deciso e coraggioso, che viene rappresentato come una persona irresoluta e titubante sul da farsi. Viceversa, come saprete, egli venne ammazzato tre giorni dopo la figlia, mentre la stava cercando intorno a Visinada.

Ma è inutile dilungarsi: io credo che la storia sia più scivolosa e plastica di così e non amo le figure a tutto tondo, scolpite con manzoniano simbolismo, per istruire il pubblico. Troppo buoni i buoni e troppo cattivi i cattivi? Neppure: coloro che martirizzarono Norma Cossetto erano perfino peggio dei suoi carnefici cinematografici, ma non erano macchiette, non si comportavano come il cattivo degli spaghetti-western. Non c’era il partigiano italiano, ribelle al fascismo e, in fondo, d’animo nobile, che si fa ammazzare per non abusare della vittima: è una pia invenzione, come il garibaldino buono di Porzûs.

I carnefici di Norma Cossetto non erano i messicani fessi di Sergio Leone, e non erano tutti slavi, soprattutto. Il loro capo Matej è una specie di ‘vilain’ romanzesco: le sue smorfie, il modo in cui pronuncia la parola “Italiani”, evocano una crudeltà tribale e vendicativa. Magari fossero stati così i furbi e glaciali commissari titini! Insomma, le atmosfere non mi hanno convinto e i personaggi mi sono sembrati poco azzeccati.

Lo ripeto, ciò non toglie che questo film meriti una visione e che averlo realizzato, distribuito e mandato in onda su di una canale Rai sia un fatto importante. In definitiva, si tratta di un piccolo risarcimento per gli esuli, per i discendenti delle vittime, per tanto tempo ignorati, quando non disprezzati, dallo Stato italiano: un tributo che meritavano da sempre.

Però, se vogliamo guardare al futuro, sono altre le strade da battere. Per prima, la via della scienza e della storia: se si vogliono rintuzzare i sempre più frequenti tentativi di cancellare la memoria dell’olocausto istriano, giuliano e dalmata, bisogna rispondere alla nulla scienza di impiegate, trasformate in ricercatrici per meriti politici, con la ricerca, l’equilibrio, l’esattezza della scienza vera. Scrivere, per esempio, una storia completa di questo fenomeno: cristallizzarne le fonti, affinchè non si perdano.

La guerra non è affatto vinta con “Red Land” su Raitre: anzi, è appena cominciata…


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