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Il 30 gennaio del 1924 nasceva a Ferrara Giorgio Pisanò.
Il suo nome è stato citato più volte nelle scorse settimane in occasione della scomparsa di Gianpaolo Pansa.

È stato ricordato giustamente che la maggior parte dei dati che compaiono in molti dei libri che il giornalista piemontese ha dedicato ai massacri partigiani avvenuti prima e dopo il 25 aprile, fossero proprio ricavati dalle ricerche di Pisanò. Il quale, fin dalla fine degli anni quaranta, aveva dedicato gran parte delle sue ricerche giornalistiche proprio a questo argomento.

Arrestato dai partigiani il 28 aprile del 1945 in Valtellina e imprigionato a San Vittore, Pisanò cominciò a raccogliere dati sulle esecuzioni sommarie dei suoi compagni di galera.
Liberato dal campo di prigionia di Rimini nel 1946, inizia una intensa attività giornalistica sui diffusissimi (all’epoca) rotocalchi Oggi e Gente, sui quali pubblica numerosi reportage sulla Guerra Civile, che in seguito saranno raccolti in libri fortunatissimi come Sangue Chiama Sangue, del 1954, e La Generazione che non si è Arresa del ’56. Proprio i libri “riscoperti” da Pansa a partire dal 2003.

Ma c’è un’inchiesta giornalistica di Pisanò che continua a non essere presa in considerazione. Si tratta di quella riassunta, dopo quarant’anni di ricerche minuziose, nel libro Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, ancora disponibile nell’edizione de Il Saggiatore. Nel testo si dimostra che il Duce non fu “giustiziato” da Walter Audisio in un’esecuzione all’aperto, ma addirittura da Luigi Longo, futuro segretario del Partito Comunista Italiano. Mussolini sarebbe stato ucciso a freddo con un colpo alla nuca, mentre la Petacci sarebbe stata assassinata con una raffica alla schiena solo alcune ore dopo. Il tutto sarebbe avvenuto per evitare che Mussolini finisse nelle mani degli alleati e potesse rilasciare dichiarazioni imbarazzanti per lo stesso Comitato di liberazione nazionale in merito alla sparizione del cosiddetto “Oro di Dongo”.

Ma l’attività giornalistica forse più conosciuta di Pisanò risale al periodo in cui diresse il settimanale Il Candido. Il “fogliaccio” fondato da Giovannino Guareschi riprese le pubblicazioni nel 1968 e divenne rapidamente il principale organo di stampa della cosiddetta “maggioranza silenziosa”. In altre parole di quella ampia porzione di Italiani che, pur non riconoscendosi nelle politiche del Movimento Sociale Italiano, si sentivano sostanzialmente di destra.

Grazie alle campagne di stampa del Candido, Pisanò riuscì persino a costringere alle dimissioni l’allora segretario del Partito Socialista Giacomo Mancini. Ma le sue inchieste furono innumerevoli: dal caso Lokeed all’omicidio Moro, dalla morte di Mattei alla costruzione del porto di Gioia Tauro. Attività che gli costarono due agguati da parte delle Brigate Rosse, ma che gli consentirono anche di essere eletto senatore per ben cinque legislature nel MSI, partito dal quale si allontanò dopo la “Svolta di Fiuggi”.

Pisanò fu un giornalista di altri tempi, di quelli che consumavano le suole delle scarpe per andare in cerca di notizie. Ma soprattutto fu uomo libero che costruì i suoi successi con tenacia e pagò sempre di persona i propri errori.


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