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Inizio gennaio 2009: ero in Iran per preparare un itinerario turistico. Mi aggiravo tra rovine Achemenidi, templi Zoroastriani ed una popolazione cordiale all’inverosimile. Ero ben lontana e tale volevo restare, da discorsi di ordine politico o socialmente troppo impegnato.

Una mattina alla reception di un hotel trasmettevano dei filmati muti. Sottotitolo: No Comment. Erano immagini brutali in cui donne venivano trascinate per strada e uomini anziani sbattuti contro i muri. Non c’era l’audio e chiesi alla guida dove stesse accadendo il fatto. Striscia di Gaza.

Non volli indagare oltre, pensando che avrei ricevuto dettagli faziosi. A Tehran mi limitai a constatare il numero dei morti fra i palestinesi: 1.203 di cui oltre 400 bambini. Più di 5.000 feriti e 80.000 profughi.

Le perdite da parte israeliana ammontavano a 13.
Rientrata in Italia, pensai, avrei avuto notizie diverse, dati revisionati, numeri più bassi. Ero convinta che l’Antica Persia mentisse. In realtà trovai poche righe sui nostri quotidiani, qualche accenno al telegiornale.

Il resoconto di quelle giornate che passarono alla storia con il nome di “operazione piombo fuso” lo trovai nel libro di un giornalista del Manifesto: Vittorio Arrigoni. Lo ammazzarono gruppi terroristi salafiti tre anni dopo questa pubblicazione.

Rimasi sempre molto colpita dal fatto che più di 1200 civili avessero meritato nel nostro paese una menzione così approssimativa e superficiale.

Ed è con questo spirito che guardo oggi a quello che sta accadendo a Gaza. Ascolto. E mi domando davvero quale possa essere una fonte attendibile. Che dica i fatti in maniera asciutta forse, ma almeno li dica.


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