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Per il Piemonte affrontare la frattura sempre più evidente tra Alte Terre e Grande Pianura prima che una questione urgente è una sfida affascinante.

Torino, negli ultimi due secoli, ha vissuto cambiamenti che le altre città italiane non hanno avuto, l’unità d’Italia ha spostato la capitale politica a Roma e ora anche la capitale industriale è evaporata.

Torino mantiene una sua specificità sabauda, ma condivide con le altre città della Pianura Padana la presenza di periferie e se le intendiamo non solo come “luogo periferico”, ma come espressione di subalternità sociale, l’analisi si fa articolata.

In ogni insediamento ci sono zone più marginali di altre, sono quelle in cui sono presenti evidenti espressioni di subalternità, per questo affermo che la “questione montana” si pone come rapporto tra centro e periferia.

Se Torino deve prendere atto di non essere più capitale, il Monte deve proporre e pretendere un rapporto nuovo col Piè.

La Pianura Padana è il luogo d’eccellenza per affrontare questa questione, perché vivere le Alpi sul versante italiano o su quello estero presenta differenze sostanziali.

Da noi è evidente l’emergere di un conflitto tra Piè e Monte, dall’altra parte la questione è meno visibile, perché questa differenza di paradigma?

La spiegazione è nell’asimmetria dei due versanti alpini, se tracciassimo una sezione perpendicolare alle Alpi, vedremmo che in Italia il pendio in pochi chilometri precipita in pianura, oltre il confine non c’è separazione netta tra piano e monte.

In Piemonte poi il confine è ben definito e lungo di esso corre una città diffusa che separa due mondi che stanno perdendosi di vista.

Da un lato il deserto verde e dall’altro una pianura sempre più antropizzata, aree metropolitane con un tasso di inquinamento tra i peggiori d’Europa e una agricoltura intensiva sempre meno sostenibile.

Sul versante estero invece il declino è graduale, le città sono lontane e non c’è quella frattura geografica, ambientale, storica e sociale che troviamo da noi, dove una società postmoderna in crisi strutturale vede nelle Alpi sempre più verdi un alibi, senza sapere che con ogni probabilità l’anello debole sta in basso.

Il conflitto che sta emergendo in modo evidente è per buona parte riconducibile per buona parte alla geografia dei luoghi, questione da sociologi, economisti, antropologi, a cui io do una lettura da montanaro.

Ho vissuto i due mondi, li conosco, ho visto la povertà che ha portato alla desertificazione alpina, ma era una povertà da sempre dignitosa e che aveva una via di fuga; ora nelle periferie metropolitane la povertà è in un “cul de sac” di disperazione. Questa è la ”miseria”, che sulle Alpi non c’è mai stata .
Per questo affermo che l’anello debole è in basso e mi chiedo cosa si aspetta a metter da parte giochetti e interessi di parte per indirizzare in spirale positiva idee, energie e progetti e pensare assieme un avvenire possibile, non c’è più tempo da perdere.


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