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Negli anni 60, ed anche prima, era difficile individuare la canzone simbolo di ogni anno poiché i brani di successo, che sarebbero stati ascoltati per lungo tempo, erano estremamente numerosi. Nel 1994 il problema è opposto. La qualità generale è precipitata, l’invasione della musica americana ha tolto creatività.

A Sanremo vince Aleandro Baldi con Passerà che non passa certo alla storia. Più noti altri pezzi, per diversi motivi: Faletti che canta Signor tenente ricordando la strage di mafia; Pausini con Strani amori che diventerà un suo cavallo di battaglia; Gerardina Trovato con Non è un film; Zarrillo con Cinque giorni; Ivan Graziani con Maledette malelingue. Possono essere ricordati anche Di notte specialmente (Rettore), Amici non ne ho (Bertè), Crescerai (Canino). E persino Una vecchia canzone italiana presentata dallo strambo raggruppamento di interpreti di successo o meno della Squadra Italia. Forse, però, gli aspetti più interessanti del festival sono legati alle nuove proposte. Si impone Bocelli con Il mare calmo della sera e si fanno notare Irene Grandi con Fuori e Giorgia con E poi.

La mancanza generale di ispirazione si nota anche negli album. L’unico che presenta una serie di brani che avranno successo è Jovanotti (ed è imbarazzante), basti pensare a Penso positivo e Serenata rap. Per il resto non si va in genere al di là del ricordo di una singola traccia. Vale per i cantanti di Sanremo, che circondano il brano del festival con una serie di canzoni dimenticate, e vale in genere per tutti quanti, con rare eccezioni. Tozzi va forte con Io muoio di te, Antonacci con Se io se lei, Zero con Amando amando, Ligabue con A che ora è la fine del mondo, Ron con Tutti quanti abbiamo un angelo.

È l’anno di Hegel, l’ultimo album di Lucio Battisti. La promozione è inesistente ed il successo è modesto. In realtà due anni dopo, perché la cadenza di uscita dei dischi di Lucio è biennale, verrà annunciata l’uscita di un nuovo album, L’asola. Ci vorrà un po’ di tempo per accorgersi che si tratta di un pesce d’aprile e che il titolo va letto come La sola (ossia la fregatura).

Mina presenta due raccolte, una dedicata proprio a Battisti e l’altra intitolata Canarino mannaro. Raccolta anche per gli 883 e per Concato. I Litfiba si fanno in tre (Spirito, Colpo di coda, Re del silenzio) mentre Cocciante raddoppia (Il mio nome è Riccardo, Un uomo felice in cui duetta con Mina, Mietta, Tosca, Gasdia). Riappare Miguel Bosè Sotto il segno di Caino e tornano in classifica i Nomadi (La settima onda). Ambra canta T’appartengo, Ruggeri gli Oggetti smarriti e Mannoia la Gente comune.

Non incantano gli album di Paoli (Kingkongpaoli), di Celentano (Quel punto), di Bennato (Se son rose fioriranno) e degli Audio 2. Ma Musicadentro (E non serve che sia Natale, Tu dove sei, Vorrei) non è il miglior lavoro dei Pooh. Vallesi implora Non mi tradire, Mango canta Goccia a goccia e la Terra di passione, Minghi si sente Come due soli in cielo.

Non proprio album imperdibili. Ma non entusiasmano neppure Jannacci e Rossi con I soliti accordi. Nannini è sempre alle prese con la sua Extravaganza, Vasco rimane Senza parole, Elio e le storie tese scoprono che non c’è Nessuno allo stadio e Raf ordina Stai con me. Spagna torna in campo con Lady Madonna e Fiorello recupera il brano Il cielo. Barbarossa, infine, gioca con la scrittura e contro l’italiano con Cellai solo te.

Non è un anno memorabile.


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