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E se al mio Dio che ancora si accalora gli fa rabbia chi spara
gli fa anche rabbia il fatto che un politicante qualunque
se gli ha sparato un brigatista diventa l’unico statista
io se fossi Dio quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio
c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana
è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana .

Nell’Italia del 1980, a due anni dal rapimento ed uccisione di Moro, questi versi di Giorgio Gaber in “Io se fossi Dio” fanno scandalo. Nessuno vuole pubblicare il brano e nei teatri il lunghissimo monologo viene accompagnato da un pesantissimo silenzio che culmina in boati di applausi.

Io se fossi Dio farei
quello che voglio non sarei certo permissivo
bastonerei mio figlio
sarei severo e giusto stramaledirei gli Inglesi come mi fu chiesto
e se potessi anche gli africanisti e l’Asia e poi gli Americani e i Russi
bastonerei la militanza come la misticanza
e prenderei a schiaffi i volteriani i ladri gli stupidi e i bigotti
perché Dio è violento e gli schiaffi di Dio appiccicano al muro tutti .

Sicuramente poco corretto politicamente, poco buonista. Stranamente, però, Gaber non è l’unico a scegliere il tema del rapporto divino.

Dalla si scatena con Siamo Dei e La sera dei miracoli (in un album che contiene anche Futura e Balla balla ballerino), Renato Zero propone Potrebbe essere Dio (insieme ad Amico), De Gregori canta Gesù bambino (e Viva l’Italia). Battiato, che l’anno prima aveva proposto l’album guenoniano L’era del cinghiale bianco (compreso il brano Il re del mondo), spaventa meno i critici con Patriots che contiene anche l’accorata Prospettiva Newski.

Tra gli album non può certo mancare quello di Lucio Battisti, Una giornata uggiosa, con pezzi di successo quali Una vita vera, Orgoglio e dignità, Arrivederci a questa sera. Mentre ancora Gaber propone una serie di brani di profonda introspezione, Pressione bassa, L’illogica allegria, Il dilemma, Una donna. Bennato preferisce far vagare la mente sull’Isola che non c’è, tra Il rock di Capitano Uncino ma con la consapevolezza che Sono solo canzonette.

Per i Pooh l’unico Stop è nel titolo del 33 giri che contiene Caro me stesso mio, Canterò per te, Stagione di vento. Dilaga per l’Italia anche la lezione d’amore di Julio Iglesias con Innamorarsi alla mia età, Quando si ama davvero, Se tornassi, Non si vive così. Anche Miguel Bosé segue l’onda con T’amerò, ma poi lo affascinano di più gli Olympic games.

Prosegue il momento d’oro, sarà lunghissimo, di Umberto Tozzi tra Stella stai, Dimmi di no, A cosa servono le mani, Fermati allo stop (forse lui ed i Pooh avevano avuto problemi con la Stradale..) e si consolida la fama di Pino Daniele (A me me piace o blues, Alleria). Ma anche quella di Vasco Rossi, tra Non l’hai mica capito e Anima fragile. Vanoni propone la sua Ricetta di donna e spiega come Innamorarsi, Ron sforna Una città per cantare, Tutti cuori viaggianti, Io ti cercherò. “Che idea”, per i New Trolls.

Il 1980 è un grande anno per Pupo. Si piazza terzo al Festival di Sanremo con Su di noi, battuto da Toto Cutugno che vince con Solo noi (la fantasia al potere non ha contagiato gli autori). Secondo si classifica Enzo Malepasso con Ti voglio bene. È l’ennesimo festival di basso profilo, piace a chi vuol vincere facile. Rare le canzoni di successo, a parte quelle di Cutugno e Pupo. Mariù, di Morandi, non la canta più nessuno. Idem per Più di una canzone della Bottega dell’Arte. Va un po’ meglio per Gelosia di un redivivo Bobby Solo. Il palcoscenico di Sanremo vede l’ultimo successo di Stefano Rosso con L’italiano (nell’album insieme a Quarant’anni e Milano) successivamente alle prese con una minore ispirazione. Ma a Sanremo si mettono in evidenza gli esordienti Decibel, capitanati da Enrico Ruggeri, con Contessa (nulla a che spartire con l’omonima canzone di Pietrangeli).

Al di fuori della modesta manifestazione sanremese (in quegli anni era ancora possibile criticare il festival, non c’erano guru intoccabili a gestirlo), è quasi un esordio anche quello di Fiorella Mannoia che duetta con Bertoli nel Pescatore nell’album del cantante emiliano che contiene anche Certi momenti e Cent’anni di meno.

In ritardo con il decennale dello sbarco lunare, arriva il successo per Luna di Gianni Togni e in ritardo sull’uscita dell’anno precedente vengono premiati nei negozi di dischi Che ne sai (Fogli), C’è tutto un mondo intorno (Matia Bazar), Remi (sigla eseguita dai Ragazzi di Remi) e Disco bambino (Parisi). Vanno forte anche l’Ape Maia oltre alla Puntura (Pippo Franco) e L’aria del sabato sera (Goggi). Ma va meglio ancora Gianni Bella che, con Dolce uragano, surclassa la sorella Marcella (Bacioni). Annata positiva per Alice (Il vento caldo dell’estate) e per Celentano (Il tempo se ne va), anche per Alan Sorrenti (Non so che farei) e per Michele Pecora (Te ne vai).

Ivan Graziani canta Firenze (canzone triste) ma Pupo è allegro con Firenze Santa Maria Novella, Vecchioni si occupa di Montecristo e De Andrè di Una storia sbagliata. Stasera l’aria è fresca, assicura Goran Kuzminac e Bennato dichiara che Sei come un juke-box, però Ci vuole orecchio afferma Jannacci (che canta anche Silvano). Rettore si dedica al Kobra, Bertè è In alto mare e Stefania Rotolo si gusta un Cocktail d’amore.

Un ultimo ricordo di un brano che spopola nel 1980: Video killed the radio star, dei Buggles. Una profezia che si è rivelata completamente sbagliata.


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