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1969:

Mu’ammar Gheddafi prende il potere in Libia con un colpo di Stato, Richard Nixon si insedia alla Casa Bianca, Neil Armstrong è il primo uomo a camminare sul suolo lunare, nella villa del regista Roman Polański, Charles Manson e la sua setta compiono un efferato massacro in cui perde la vita, tra gli altri, la giovane attrice Sharon Tate al nono mese di gravidanza, a Bethel, nello stato di New York, si tiene il festival di Woodstock che raduna circa 500.000 spettatori; ecco la seconda parte degli album che hanno segnato la storia della musica in questo anno:

Led Zeppelin” dei Led Zeppelin

Dalle ceneri degli Yardbirds, seguendo la linea dettata dai Cream di Eric Clapton, emerge il dirigibile di piombo dei Led Zeppelin, che propone la stessa linea blues di Slowhand e Jimi Hendrix, ma in chiave totalmente diversa, qualcosa che nessuno aveva ancora mai ascoltato: nasce così il primo album della band inglese, intitolato in maniera omonima, “Led Zeppelin”.

Il disco si apre in maniera incisiva con il rock “canonico” di “Good Times Bad Times”, con un’originale linea di basso di John Paul Jones e il primo dei tanti pirotecnici riff di Jimmy Page; si prosegue con la lenta ballata folk di “Babe I’m Gonna Leave You”, con la struggente voce di Robert Plant a farla da padrone e con la riproposizione del blues di “You Shook Me” di Willie Dixon, in cui Page dimostra di cosa è realmente capace con una sei corde in mano. I rintocchi di basso aprono la psichedelica “Dazed and Confused” per poi lasciare spazio nuovamente agli straordinari riff di Page accompagnati dal ritmo incalzante della batteria di John “Bonzo” Bonham e dagli acuti di Plant.

Si prosegue con la rilassante “Your Time is Gonna Come”, con all’organo John Paul Jones, e, subito collegata, la folkloristica “Black Mountain Side”, prima di giungere ad un altro brano molto incisivo: “Communication Breakdown” è un hard rock veloce e aggressivo in cui la batteria di Bonzo scandisce un altro straordinario assolo di Page. Ci si avvia verso la conclusione dell’album con un’altra cover di un brano di Willie Dixon, “I Can’t Quit You Baby”, e con il mix di psichedelia, hard rock e blues di “How Many More Times”: nulla di inventato quindi in questo primo disco dei Led Zeppelin, ma un sapiente mix di blues e folk con influenze psichedeliche e hard rock, suonate magistralmente dai quattro membri della band inglese che faranno la storia della musica.

Abbey Road” dei The Beatles

Per i Fab Four il periodo non è dei migliori: il quartetto di Liverpool sembra giunto alla fine della propria carriera, mentre l’hard rock e il progressive stanno prendendo piede contro il loro classico rock’n’roll. Le premesse non sono buone, potrebbe uscirne un album stanco e banale, invece “Abbey Road” spiazza tutti: si tratta dell’ultimo brano inciso in studio dai Beatles (il successivo Let It Be è composta da brani registrati precedentemente) con una copertina enigmatica sulla presunta morte di Paul McCartney, egli infatti è l’unico scalzo, fuori passo rispetto agli altri e sulla targa del maggiolino c’è scritto 28IF, come a dire “avrebbe 28 anni se fosse ancora vivo”.

Il disco si apre con il famoso giro di basso di “Come Together”, un accenno di hard rock scritto da John Lennon, con riff aggressivi di George Harrison; ed è proprio Harrison a firmare la successiva “Something”, una meravigliosa ballata d’amore. Si prosegue con due brani pop di McCartney: “Maxwell’s Silver Hammer” e “Oh! Darling” anticipano “Octopus’s Garden”, secondo ed ultimo brano scritto da Ringo Starr. Per concludere il lato A del disco, si ritorna alla voce di Lennon nel brano progressive “I Want You (She’s So Heavy)”.

Il lato B di “Abbey Road” è composta da diverse canzoni tutte collegate tra loro come in un’unica traccia; si parte da “Here Comes the Sun” di Harrison, in cui il chitarrista si mette in mostra con la chitarra acustica, si prosegue con la melodica “Because” e con l’esercizio di progressive “You Never Give Me Your Money”, prima di aprire al primo medley composto dalla melodica “Sun King”, da “Mean Mr. Mustard”, dal riff scatenato di “Polythene Pam” fino a giungere allo stop dell’ascesa in “She Came in Through the Bathroom Window”. Ci si avvia verso la conclusione del disco con il secondo medley composto da tre brani: la melodica “Golden Slumbers” apre le danze, seguita dal coro di “Carry That Weight” e per concludere si arriva all’hard rock di “The End”. Dopo quasi venti secondi di silenzio parte un simpatico blues di trenta secondi intitolato “Her Majesty” con cui i Beatles ci salutano ed entrano per sempre nella storia della musica.

Let It Bleed” di The Rolling Stones

Mentre i Beatles erano sul punto di sciogliersi, i Rolling Stones cavalcavano alla grande l’onda del successo del precedente Beggars Banquet; nonstante i problemi interni con Brian Jones (che morirà annegato nella sua piscina sotto l’effetto di droghe il 3 luglio 1969) e l’inserimento in corsa di Mick Taylor, “Let It Bleed” è un album che racconta alla perfezione la fine degli ideali di pace e amore e l’inizio del cambiamento in peggio.

L’album si apre con l’inno antimilitarista di “Gimme Shelter”, una specie di anticipo di apocalisse in cui Mick Jagger duetta con la soprano Merry Clayton, accompagnati dalla chitarra di Keith Richards e da un’apoteosi sonora sempre crescente. Si prosegue con due reinterpretazioni country: “Love in Vain” deriva da un brano di Robert Johnson, mentre “Country Honk” è il singolo “Honky Tonk Women” degli stessi Stones in chiave country. Si ritorna al rock classico con “Live with Me”, sostenuto da un basso corposo e dalle chitarre di Richards e Taylor, accompagnato dal sax di Bobby Keys; la title track “Let It Bleed” è un pezzo da saloon con il piano predominante, mentre la successiva “Midnight Rambler” è un blues che si ispira allo strangolatore di Boston.

Ci avviciniamo alla conclusione con la ballata “You Got the Silver”, in cui troviamo alla voce per la prima volta Keith Richards, e “Monkey Man”, in cui risalta l’animo selvaggio di Mick Jagger, ma la chiusura è lasciata alla famosissima “You Can’t Always Get What You Want”, introdotta da voci angeliche e da una chitarra acustica, prima dell’apoteosi rock; questo brano è spesso indicato come una metafora delle delusioni provocate dagli anni sessanta, anche se per i Rolling Stones questo decennio si concludeva, almeno musicalmente, nel migliore dei modi.

Tommy” dei The Who

Da un’idea del chiatarrista dei The Who, Pete Townshend, nasce “Tommy”, la prima opera rock della storia della musica, uno dei primissimi esempi di concept album: la trama racconta di un bambino, appunto Tommy, che assiste da dietro uno specchio all’omicidio dell’amante della madre per mano del padre, rientrato tardivamente dalla prima guerra mondiale; la coppia ordina al figlio di non vedere, non parlare e non sentire, così Tommy diventa cieco, muto e sordo; oltre al triplo handicap, la vita di Tommy viene stravolta dalle violenze dello zio e dai comportamenti da bullo del cugino, ma si scopre un mago a giocare a flipper; il ritorno alla vita normale avviene grazie all’aiuto di un medico e quando la madre, in preda all’ira, distrugge tutti gli specchi di casa.

Il disco si apre con il brano strumentale “Overture” che espone in maniera orchestrale alcuni temi dei brani che seguiranno; si passa alla breve ma toccante “It’s a Boy” e alla concitata e drammatica “1921” con l’ottima interpretazione di Roger Daltrey. In “Amazing Journey” assistiamo ad una serie di scatti di melodia assecondati dal basso di John Entwistle e dalla batteria di Keith Moon; si passa per la singhiozzante “Eyesight to Blind”, per il coro di “Cousin Kevin” e per la psichedelica “Acid Queen” per descrivere la vita del piccolo Tommy; si giunge così a “Underture” che riprende il filo logico di “Overture”, con il basso di Entwistle a farla da padrone su cui Townshend ricama sopra con la sua chitarra, prima acustica, poi elettrica.

Finalmente Tommy scopre il suo talento con il flipper: “Pinball Wizard” annuncia questo momento della sua vita, aperto da una leggera chitarra acustica e seguito da lampi elettrici di Townshend, con la batteria di Mooney e il cantato di Daltrey che rendono il brano uno dei singoli più celebri della band inglese dei The Who. Inizia la guarigione di Tommy con i brani “There’s a Doctor” e “Go to the Mirror!” in cui la voglia di ribellione è forte, salvo momenti in cui riemerge la drammaticità con il breve cantato di “See Me, Feel Me, Touch Me, Heal Me”.

Si giunge alla guarigione del bambino con il cantato gospel di “Tommy Can You Hear Me” e con il ritmo funky di “Smash the Mirror”. “Miracle Cure” e “Sally Simpson” aprono la parte finale dell’opera con un cantato allegro, che prosegue con “I’m Free”, in cui Tommy, dopo aver attraversato il buio inferno, finalmente rivede la luce. Il disco si conclude con una sorta di preghiera di rigraziamento intitolata “We’re Not Gonna Take It” in cui si ripete il cantanto “See Me, Feel Me, Touch Me, Heal Me”; un disco capolavoro da parte della band inglese che porterà anche l’opera sul grande schermo e che ne proporrà una seconda intitolata “Quadrophenia”.


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