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1969:

Mu’ammar Gheddafi prende il potere in Libia con un colpo di Stato, Richard Nixon si insedia alla Casa Bianca, Neil Armstrong è il primo uomo a camminare sul suolo lunare, nella villa del regista Roman Polański, Charles Manson e la sua setta compiono un efferato massacro in cui perde la vita, tra gli altri, la giovane attrice Sharon Tate al nono mese di gravidanza, a Bethel, nello stato di New York, si tiene il festival di Woodstock che raduna circa 500.000 spettatori; ecco la prima parte degli album che hanno segnato la storia della musica in questo anno:

Green River” dei Creedence Clearwater Revival

Sulla scia di “Bayou Country”, i Creedence Clearwater Revival, guidati da John Fogerty, pubblicano il loro terzo album, “Green River”, che li consacra a paladini della musica rock blues americana in un periodo in cui le droghe e l’alcol erano al primo posto. L’album si apre con la base chitarristica della title track “Green River” che ci porta ai ricordi felici della gioventù del cantante, seguita dall’hard rock hendrixiano e psichedelico di “Commotion”.

Si prosegue con il garage rock di “Tombstone Shadow” e con la ballata folk di “Wrote a Song for Everyone”, prima di passare alla hit dell’album: “Bad Moon Rising” racconta, come solo i CCR sapevano fare, l’arrivo imminente di un’apocalisse; segue un brano di matrice operaia, “Lodi”, per poi passare al country-folk di “Cross-Tie Walker”. Ci avviamo alla conclusione dell’album con il cavalcante hard rock blues di “Sinister Purpose”, prima dell’unica cover dell’album: “The Night Time is the Right Time” è un classico soul reinterpretato con grande pathos dai CCR che, in periodo sciagurato come la fine degli anni 60, si ergono a portabandiera di importanti iniziative sociali e a stampo politico.

Hot Rats” di Frank Zappa

Hot Rats” è il secondo album da solista di Frank Zappa, il settimo della sua discografia, nato dopo una serie di eventi negativi: lo scioglimento dei Mother of Invention, le critiche al pubblico (incapace di capire la sua musica) e ai membri della band (incapaci di suonare la sua musica), la mancanza di successo commerciale e le difficoltà finanziarie, costrinsero Zappa a rintanarsi nel suo seminterrato a sperimentare nuove tecniche e nuovi suoni che creeranno appunto il suo album di maggior successo.

Hot Rats”, l’album che si può definire jazz rock, si apre con la suite di “Peaches En Regalia”, uno standard jazz fusion in cui fiati, tastiere, chitarra e pianoforte si intrecciano creando una dozzina di temi differenti; a seguire arriva “Willie the Pimp”, l’unico brano con una parte di cantato da parte di Captain Beefheart in maniera gutturale e graffiante, con una musica di stampo blues rock in cui è la chitarra a farla da padrone, con effetti e distorsioni per ben nove minuti. La terza traccia è “Son of Mr. Green Genes” che parte con tastiere e fiati prima di introdurre la chitarra elettrica in tutta la sua maestosità: anche in questo caso nove minuti di brano che ci porta, tramite degli “stacchi”, in ambientazioni, umori e climi sempre diversi. “Little Umbrella” ci proietta nel jazz puro, prima di “The Gumbo Variations” che per tredici minuti propone assoli di sax, violino e basso, sempre perfettamente intrecciati tra loro. L’album si chiude con la rilassante “It Must Be a Camel”, con le percussioni in tempi dispari mentre piano e sax dialogano tra loro, interrotte momentaneamente da un leggero assolo di Zappa; “Hot Rats” è un jazz rock miscelato alla perfezione con musica classica e pop, con folk e blues, la definitiva dimostrazione della genialità di Frank Zappa.

Volunteers” dei Jefferson Airplane

All’apice della cultura hippie, durante il periodo critico degli sconti nel sud-est asiatico e delle contestazioni studentesche, i Jefferson Airplane tirano fuori il loro sesto album, intitolato “Volunteers”, in cui le atmosfere melodiche e lisergiche vengono abbandonate per lasciare spazio ad un sound più irriverente, rendendo questo album il più politicizzato della band americana.

Il disco si apre con “We Can Be Together” in cui la chitarra rude di Jorma Kaukonen la fa da padrone, accompagnata dal piano di Nicky Hopkins e dal trio di voci di Paul Kantner, Marty Balin e sua maestà, la meravigliosa Grace Slick. Si prosegue con il folk di “Good Sheperd” e la ballata country-rock di “The Farm” prima di riascoltare la regale voce di Grace Slick nel blues psichedelico e acido di “Hey Frederick”. Dopo “Turn My Life Down” e “Wooden Ship” si ritorna al suono lisergico di “Eskimo Blue Day”, ultimo baluardo psichedelico della band americana. Ci si avvia alla conclusione con “A Song for All Seasons” e “Meadowlands”, ma la chiusura è lasciata all’omonima title track “Volunteers”, autentico brano che urla alla rivoluzione, dal ritmo secco e pesante, dichiarazione di guerra da parte dei Jefferson Airplane che impugnano i loro strumenti musicali ed incitano alla rivolta.

In the Court of the Crimson King” dei King Crimson

Il primo album della band perfetta, capitanata da Robert Fripp e Greg Lake, è semplicemente perfetto: “In the Court of the Crimson King” è il primo album dei King Crimson, che miscela sapientemente jazz, musica classica e rock, fungendo da spartiacque tra due epoche musicali differenti, per giungere al progressive rock.

L’inizio del disco è folgorante ed apocalittico: “21st Century Schizoid Man” è frenetica e rumorosa, con la voce distorta di Lake e la chitarra lancinante di Fripp, che trasmette squilibrio psichico (così come la copertina dell’album) per tutti i suoi sette minuti di durata in pieno stile improvvisato del jazz. La seconda traccia è “I Talk to the Wind”, brano magico e dolce, con il flauto di Ian McDonald a contrastare la furia dell’uomo schizoide; è una quiete che fa presagire la tristezza contenuta nel brano successivo, infatti “Epitaph” è un epitaffio che riguarda l’intera umanità e l’intera società, spiegato in nove minuti in cui il mellotron risalta e la voce di Lake è limpida per lanciare questo urlo di dolore.

Si prosegue con il brano più lungo dell’album, “Moonchild”, della durata di 12 minuti diviso in tre parti: si parte con una ballata eseguita con chitarra e mellotron per poi lasciare spazio al vibrafono e alle percussioni prima di andare a concludere il brano con una serie di suoni e segnali acustici che non seguono alcun ritmo o melodia. Si giunge così, alla fine, alla corte del Re Cremisi: “In the Court of the Crimson King” presenta il mellotron incalzante, con l’accompagnamento della voce di Lake a sua volta seguito dal coro ossessivo dei compagni, con uno splendido assolo di flauto, per quella che è la corte della follia e dell’aberrazione umana.



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