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Marco Bussetti è un uomo fortunato: ereditare un ministero come il MIUR, in Italia, significa, a un dipresso, ritrovarsi per le mani una patata bollente da due tonnellate, ma, nel suo caso, lo significa un pochino meno.

Dopo una presenza tra il grottesco e l’inquietante, come quella della Fedeli, se anche avessero nominato a reggere il dicastero Bombolo o il Tecoppa, il personale della scuola avrebbe tirato un bel sospirone di sollievo.

E’ pur vero che al peggio non c’è mai fine, ma Bussetti, perlomeno, ha un curriculum da uomo di scuola: quanto lo sia, è tutto da verificare, ma, rispetto ad una subculturata che viene dal sindacato tessile, già voliamo altissimi.

La domanda comune, ora, è quella ovvia: Bussetti, che farai per rallentare l’inerzia che sta portando la scuola italiana verso l’abisso?

Non facciamoci illusioni: neppure Croce e Gentile, in inusitata sinergia, sarebbero in grado, du tac au tac, di rimettere le cose a posto, in una catastrofe come quella del sistema educativo italiano. Troppo gravi le ferite, di troppo vecchia data gli equivoci, troppo numerosi gli imbecilli e i furbacchioni, nell’esercito del MIUR, per poter pensare ad una cura rapida ed indolore.

Tuttavia, qualcosa, fin da subito, credo si possa fare: affrontare la realtà.
Anziché intonare peana demenziali sulla scuola in cui tutto va bene (Madama la Marchesa), diramando cazzate sesquipedali in forma dattiloscritta, dalla torre d’avorio di viale Trastevere, senza mai mettere piede in un’aula, senza mai incontrare un insegnante vero, un vero bidello, dei veri studenti, qualche dirigente meno lobotomizzato della media, andarla a vedere questa poverissima scuola italiana.

Nel 1876, due coraggiosi deputati, Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti, avviarono una ricerca sulle reali condizioni della Sicilia: di lì partì l’enorme inchiesta parlamentare della commissione presieduta da Stefano Jacini, che, otto anni dopo, produsse la prima seria disamina delle condizioni dell’agricoltura in Italia. Fine della lezioncina.

Quindici anni dopo la proclamazione del Regno d’Italia, in Parlamento nessuno sapeva come stessero davvero le cose nel Paese, in materia di produzione agricola e di condizioni di vita degli agricoltori.

Oggi siamo nelle stesse, inverosimili, condizioni: i politici conoscono la scuola solo attraverso fonti mediate e taroccate, come l’Invalsi, le statistiche su promossi e bocciati o quelle sulla conoscenza delle lingue straniere. Che sono clamorosamente false, sappiatelo.

Le certificazioni scolastiche, fuori dal mondo della scuola, non valgono niente: ci sono insegnanti che tengono corsi CLIL, ovvero, in teoria, lezioni tecniche in lingua inglese, che non sanno nemmeno contare fino a dieci nel nobile eloquio d’Albione.

E la scuola vive di queste bugie, di spazzatura nascosta sotto il tappeto, di circolari e di burocrazia che mascherano una terrificante assenza di contenuti e di responsabilità individuale.

Ecco, io almeno questo da uno come Bussetti me lo aspetterei: che mollasse le sirene romane e si facesse un bel giro nel cuore di tenebra della scuola, nelle periferie dell’impero, dove gli insegnanti si portano le sedie da casa, dove si legge il giornale in classe, ma si compilano, disciplinatamente, dozzine di moduli del tutto inutili, dove ogni istituto è abbandonato agli uzzoli psicotici di un dirigente terrorizzato dalla paura di sbagliare qualcosa.

Andiamo, Bussetti: non so per quanto tempo tu abbia insegnato, prima di salire i gradini dell’USR lombardo, ma ti ricorderai di come andava? Rammenterai la frustrazione dei colleghi, le cose che non funzionano, le riunioni senza senso, l’assoluta assenza di un controllo sulla reale qualità dell’insegnamento: ecco, continua a ricordartene, adesso che sei in cima alla piramide. Non farti accecare dalla gibigianna dei tuoi funzionari ministeriali, che nello sfascio e nell’inefficienza campano alla grande: non ti fidar di lor, ma guarda e incazzati.

Insomma, comincia a renderti conto di come siamo messi male, che è già un buon punto di partenza per invertire la tendenza che, da quasi cinquant’anni, sta distruggendo quello che rimane del nostro enorme patrimonio culturale ed educativo: non chiedo altro.

Poi, vedremo se sosterrai ancora che la “buona scuola” è un’ottima riforma. Adesso sei tu il ministro: non c’è nessuno sopra di te e certe sparate per far carriera puoi anche lasciarle perdere.

Sei tu, ora che comandi: e comanda, per la miseria!


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