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Spesso, negli ultimi tempi, la cronaca politica europea fa riferimento al Gruppo Visegrád con toni e riferimenti poco rispettosi. Tanto che per alcuni commentatori sarebbe un club di stati insignificanti che sfruttano le ricche possibilità loro offerte dall’UE.

Ma basterebbe conoscere un minimo la storia di quei luoghi per capire che si tratta di clamorosi errori di valutazione.

Stiamo parlando degli stati di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, che nel 1991 hanno dato vita in quella cittadina ungherese ad un organismo con finalità politiche e culturali per promuovere se stessi in Europa (allora non erano ancora membri dell’UE) e nel mondo. La località è rievocativa di un analogo incontro avvenuto nel 1335 e nel 1339 fra i reggenti dei corrispettivi regni medievali, anche allora per decidere una strategia comune commerciale verso l’Europa e gli altri mercati.

I tre regni erano sorti più o meno contemporaneamente intorno alla fine del X secolo d.C., soprattutto per volontà degli imperatori tedeschi che intendevano ampliare la propria sfera di influenza in oriente attraverso la cristianizzazione e civilizzazione dei popoli ivi stanziali (“Drang nach Osten”). Ma avevano avuto un’esperienza in comune sotto il regno della Grande Moravia, che nel corso del IX secolo d.C. aveva tenuto assieme popoli slavi, moravi, peceneghi e boi in un’unica entità riconosciuta sia da Bisanzio che da Roma. Tanto che entrambi inviarono propri emissari per convertire quei popoli al cristianesimo: furono in particolare i fratelli S.Cirillo e S.Metodio che insieme riuscirono nell’impresa alla metà di quel secolo e nell’occasione inventarono un alfabeto (poi detto ‘cirillico’), ancora oggi in uso in molti paesi di lingua slava.

Si era formato quindi un ‘cordone’ che proteggeva il Reich a est dagli altri popoli sciti e non europei, nonché e a sud dall’avanzata dell’Islam. Perché questa è in buona sintesi la storia comune di quei paesi, che a ben vedere si ravviva ancor oggi. Retti da dinastie locali per lungo tempo (i Piast in Polonia, i Premysl in Boemia e gli Arpad in Ungheria), furono per breve tempo uniti personalmente da Václav III di Boemia (Waclaw in polacco e Vencel in ungherese, o Venceslao), discendente per varie vie da tutte quelle dinastie e anche dagli imperiali Hohestaufen e Asburgo, nonché dalla casata russa di Chernigov. Alla sua morte, infatti, quei regni divennero appannaggio delle dinastie europee più importanti dell’epoca (Asburgo, Angiò, Luxembourg), che ne gestirono il destino fino al XVI secolo d.C., quando sia la Boemia che l’Ungheria divennero possedimenti personali degli Asburgo e finirono stabilmente nell’orbita dell’Impero cristiano, mentre la Polonia si univa al Granducato di Lituania per formare una delle entità politiche più grandi e importanti del Rinascimento, sotto la dinastia degli Jagelloni.

Per tutto quel tempo, Polonia, Ungheria e Boemia ebbero obiettivi e motivazioni comuni: da un lato, fungere da baluardo difensivo contro l’avanzata dell’Islam in Europa; dall’altro contenere le mire espansive ed egemoniche della Russia sul continente. A ben vedere non è cambiato molto, tanto che il gruppo di Visegrád si è eretto a paladino della cristianità e dell’etnicità europea proprio nel momento più caldo dell’invasione di immigrati asiatici e africani verificatasi pochi anni fa, assumendo una posizione intransigente tale da obbligare l’UE a trovare altre soluzioni a quella della ‘porta aperta’. Per questo le critiche e il rancore di certa intellighenzia europea/globalista sono cresciute al punto da paventare l’espulsione di quei paesi dal consesso comunitario o perlomeno il loro ridimensionamento politico.

Dimenticandosi (come spesso avviene) della storia più antica, o anche recente, di quegli stati. Perché basterebbe ricordarsi dei decenni trascorsi sotto le grinfie del’orso sovietico durante la “guerra fredda”, che vide Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria divenire stati “a sovranità limitata” (Breznev docet), nonché repubbliche democratiche pienamente inserite nel blocco socialista, sia dal punto di vista economico che militare (Patto di Varsavia), fiere avversarie delle democrazie occidentali con cui fino a pochi decenni prima condividevano storia, cultura e religiosità. E ricordarsi della dura e sofferente lotta per liberarsi del giogo sovietico, subendo invasioni e colpi di stato ispirati da Mosca timorosa che accadesse quel che inevitabilmente avvenne nel 1989, quando quelle repubbliche approfittarono della caduta del muro di Berlino per rivolgere nuovamente i loro cuori all’Europa occidentale e cristiana.

Ribadisco l’aspetto della religiosità cristiana perché è stato uno dei motivi più forti che han portato i popoli polacco, boemo, slovacco e magiaro a entrare nella sfera di influenza del Reich medievale, quindi a rimanervi stabilmente per secoli, fino alla definitiva inclusione nelle strutture politiche imperiali. Così come, sempre per difendere il cristianesimo dalla minaccia turca, la Polonia e l’Ungheria subirono terribili sconfitte sul campo (a Varna nel 1444 d.C. e a Mohacs nel 1526 d.C.), che costarono ingenti perdite umane e la morte dei loro sovrani, con susseguenti decisive ripercussioni sulle vicende interne. Qualcosa di simile accadde anche alla Boemia (‘defenestrazione di Praga’ nel 1618 d.C.), questa volta in lotta contro l’Impero nell’ambito delle guerre di religione che sconvolsero l’Europa per secoli opponendo i protestanti ai cattolici.

Non c’è da stupirsi quindi se ancora oggi, Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria si riuniscono intorno a un tavolo, in una località che ha significativi rimandi storici, in nome della difesa dell’Europa cristiana e dell’indipendenza politica di ciascuno rispetto a poteri forti globali e comunitari, ma cercando anche un valido sostegno in occidente dal ritorno dell’espansionismo strategico russo. Apparentemente, si tratta di antichi fantasmi tornati a spaventare quelle popolazioni, che nell’insieme rappresentano oltre 1/10 degli abitanti dell’UE, buona parte del suo Pil agricolo e di settore primario, tuttora collocati lungo la frontiera orientale dell’Europa comunitaria, e capaci quindi di stabilire alleanze e posizioni comuni con altri stati interessati dall’arrembaggio russo (Finlandia, repubbliche baltiche) o con quei paesi che hanno ancora a cuore il cristianesimo e la cultura tradizionale europea.

Come spesso accade in politica estera, nulla è mai per caso.


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