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Due storie, due Italie che affondano nell’ipocrisia.

Roma: Mario, vice-brigadiere dei carabinieri, interviene per una brutta (e strana) storia di pusher e sottrazione di denaro. Viene barbaramente ucciso con 11 coltellate, di cui una al cuore. Non ha estratto la pistola d’ordinanza. Per lui è stato organizzato un sontuoso funerale di Stato ed oggi è considerato un eroe da tutti (professorina estremista dalla penna rossa a parte).

Genova: un poliziotto, di fronte all’aggressione con coltello ai danni di un collega, estrae la pistola, spara e uccide l’aggressore. Il Gip di Genova, nelle stesse ore in cui si celebra il bel funerale del militare, ha ordinato (contro lo stesso parere del pm) che sia celebrato il processo per eccesso colposo di legittima difesa. Un brutto processo. Oggi, quell’agente di polizia, è considerato dai benpensanti (e da parte della magistratura) un pistolero dal grilletto facile. E’ la fotografia dell’ipocrisia italiana.

Un tutore dell’ordine ha bisogno di morire (guadagnandosi il Paradiso in cielo) per essere rispettato dai media e da parte della magistratura. Diversamente, se commette “l’errore” di difendersi e restare in vita, per lui si aprono le porte dell’inferno giudiziario in terra italica. Ed un’onta mediatica che non lascia scampo. Occorre a questo punto domandarsi: è stata risolutiva la riforma Conte-Salvini sulla legittima difesa? Il caso di Genova, dimostra di no.

Al netto dell’ampliamento dei margini delle possibilità difensive in caso di difesa domiciliare, la questione resta più che aperta per quanto riguarda la reale possibilità di difesa dei tutori dell’ordine. Sullo sfondo, ovviamente, come ho spiegato nel mio “Il diritto negato” (Giappichelli editore), la negazione del diritto soggettivo alla legittima difesa. Questione che investe un carabiniere o un agente di polizia come qualsiasi altro cittadino.

Perché dobbiamo distinguere tra il trattamento a freddo di un criminale (che non può essere sottoposto ad interrogatorio bendato quando è già nelle mani delle forze dell’ordine in luogo protetto e impossibilitato a qualsiasi reazione pericolosa) e la reazione immediata e a caldo in una situazione di conflitto in cui il cittadino, così come il tutore dell’ordine, pensa a garantire la propria sicurezza e quella del prossimo ed in cui altissimo è l’istinto di auto-conservazione.

Nel primo caso, ogni eccesso deve essere evitato in nome dello Stato di diritto. Nel secondo caso, solo l’eccesso palesemente sproporzionato – sempre in nome dello Stato di diritto – non può essere consentito. Non è il caso di Genova. Ecco perché, tra un brutto processo e un bel funerale non è meglio – come sono soliti ripetere i tutori dell’ordine, anche per esorcizzare i rischi altissimi a cui sono sottoposti ogni giorno – un brutto processo. E’ meglio una nuova legge, che sancisca finalmente il diritto alla difesa e ricalibri, magari sul modello tedesco, il criterio del rispetto della proporzionalità. Che oggi, così come è malamente percepito, finisce per essere la spada di Damocle sulla testa delle persone perbene. Alle quali, a seconda delle circostanze, l’ipocrisia collettiva è pronta a tributare incenso (nel vero senso della parola) o vomitare odio.


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