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Visionaria, amava pensare in grande e sapeva motivare le persone

sono le parole di un testimone diretto a descrivere il carisma naturale di Marisa Bellisario, prima donna manager d’Italia, e lui è Dario Faggioni, ex Sip, che Bellisario assunse come Direttore delle Relazioni Esterne all’Italtel.

Maria Isabella nacque a Ceva, in provincia di Cuneo, il 9 luglio 1935, prima dei tre figli di Anselmo, capo dell’ufficio imposte di Ceva, e di Claudia (Dina) Realini.

Dopo la laurea in economia e commercio all’Università di Torino nel 1959, entrò all’Olivetti di Ivrea, allora azienda leader nella produzione di macchine elettromeccaniche e contabili.

Per il suo primo colloquio scelse un «vestito di vigogna grigia, il meno appariscente possibile, appena ravvivato dalle pieghe della gonna». Ma forse – rifletté anni dopo nell’autobiografia – «ancora troppo squillante» per quella mattina del 1959 in cui entrò per la prima volta alla Olivetti di Torino.

Nel febbraio 1960 fu inviata a Milano a frequentare il primo corso per specialisti di computer organizzato dall’azienda: l’attività elettronica di questa ruotava allora intorno al progetto dell’ELEA (Elaboratore elettronico aritmetico) 9003, primo computer interamente progettato e prodotto in Italia, un progetto che collocò l’Olivetti in una posizione di avanguardia a livello mondiale anche nel calcolo digitale.

Nell’ottobre 1962 la DCE, che vendeva i computer ELEA, venne fusa con l’Olivetti-Bull dando origine alla Divisione elettronica Olivetti (DEO). La direzione fu affidata a Beltrami, con il quale Bellisario instaurò un rapporto di reciproca stima e solidarietà, oltre che di affinità di filosofie manageriali, destinato a costituire uno dei principali punti di riferimento di tutta la sua carriera.

«Un giorno – scrive nell’autobiografia – un collega mi disse: “Tu non hai problemi, perché come donna non diventerai mai dirigente, quindi nessuno vede in te un concorrente”. Sono diventata dirigente molto prima di lui».

Analista di sistema, incaricata dell’assistenza sistemistica e dell’avviamento delle applicazioni, Bellisario fece dunque parte della prima generazione di specialisti italiani del computer, una «compagine di talenti d’altissimo livello e dall’entusiastica motivazione», e avrebbe ricordato l’attività di quegli anni come ricca di stimoli, in un ambiente «pioneristico», nel quale l’elettronica era «un mondo nuovo, tutto da scoprire, competitivo e un po’ misterioso, all’avanguardia della tecnologia, proiettato nel futuro, modernissimo».

Incontrò allora il matematico Lionello Cantoni, sposato poi il 29 maggio 1969, responsabile dei sistemi informatici dell’Olivetti a Ivrea prima, vicedirettore dei sistemi informatici della Fiat a Torino dal 1971, professore universitario nell’ateneo torinese poi.

Cantoni le restò accanto tutta la vita, abituandosi presto – come egli stesso avrebbe ricordato – al ruolo di «Mister Bellisario». Soprattutto, egli rappresentò un riferimento di stabilità affettiva e un compagno discreto e solidale, che l’aspettava ogni fine settimana nella casa torinese, con i cani, i gatti e i fiori amati da Marisa – ma senza figli, che decisero di non avere – e che ogni estate trascorreva con lei vacanze ritirate nella casa sul Monte Conero.

Quando nel febbraio 1960 morì Adriano Olivetti le difficoltà si fecero insormontabili e nel 1964 un gruppo formato da Fiat, Pirelli, IMI, Mediobanca e La Centrale, intervenne con un’operazione di “salvataggio” che lasciò alla famiglia Olivetti il 30% del pacchetto azionario e portò alla presidenza Bruno Visentini. A seguito di tale operazione fu decisa la cessione dell’intera attività elettronica Olivetti: la DEO fu venduta alla General Electric (GE) che nel luglio 1964 aveva già comprato Bull. Nacque così Olivetti General Electric (OGE), americana per il 75%, della quale Beltrami fu nominato amministratore delegato.

Nel 1965, con la cessione della divisione elettronica Olivetti alla General Electric, Marisa si reca per la prima volta a New York e in breve tempo ottiene anche in America il pieno riconoscimento delle sue doti, tanto che nel 1979 viene nominata presidente della Olivetti Corporation of America.

Alle riunioni americane della General Electric, dov’è spesso l’unica donna in sala, i colleghi si abituano a iniziare i discorsi con un simpatico «Marisa and gentlemen».

Negli Usa era stata soprannominata The Legs, per le splendide gambe che metteva in mostra con le minigonne oppure nascondeva in larghi pantaloni da uomo : anche attraverso tali aspetti comportamentali si cominciò a costruire un’immagine di ‘modernità’ femminile nell’alto management, una costante di tutta la sua carriera, che seppe sapientemente sfruttare quale elemento di comunicazione aziendale.

Nella primavera del 1970 in seguito a un accordo tra GE e Honeywell, furono integrate le attività informatiche delle due società, dando origine alla Honeywell Information Systems Italia (HISI), nella quale Bellisario continuò a svolgere l’attività di pianificazione.

Quando nello stesso 1970 Beltrami, nominato direttore generale di Finmeccanica, abbandonò la HISI, Bellisario apparve subito come una delle due o tre persone in grado di sostituirlo, ma la scelta cadde su Carlo Peretti, direttore marketing.

Seppe più tardi delle riserve sul suo nome in quanto donna: era stato giudicato «un po’ presto» per una donna ricoprire tale carica, anche se per la prima volta una compagnia come la Honeywell aveva preso «in seria considerazione» una candidatura femminile per una posizione del genere.

Nell’autunno 1971 Beltrami lasciò Finmeccanica richiamato da Visentini all’Olivetti, in un momento di grave difficoltà dell’azienda: la rivoluzione dell’elettronica aveva investito le macchine per ufficio, mentre a Ivrea mancava ormai la cultura elettronica, dispersa nel 1964 con la cessione della DEO.

Beltrami, nominato amministratore delegato unico, impostò il passaggio dell’Olivetti all’informatica – avviando una profonda trasformazione produttiva, tecnologica, organizzativa e commerciale, portata poi a compimento da Carlo De Benedetti nei primi anni Ottanta – e volle al suo fianco Bellisario, alla quale, a partire dal gennaio 1972, affidò la nuova direzione della Pianificazione operativa.

Ivrea apparve a Marisa inizialmente «felice e tranquilla, lontana dai problemi delle grandi città» come Milano e Torino, afflitte dalle tensioni sociali del dopo Sessantotto e dalle prime bombe del terrorismo, sebbene un po’ provinciale e un po’ antiquata sul piano manageriale. Il passaggio all’elettronica – «una vera e propria rivoluzione copernicana» per l’azienda, una sfida e una stagione molto dure anche sul piano personale – coincise forse con l’unico periodo durante il quale l’impegno nel lavoro le fece trascurare la propria persona e l’abbigliamento.

Nel 1974 fu varato il piano di prodotto per la macchina per scrivere elettronica, presentata a Milano nel luglio 1978: «la mia macchina per scrivere è arrivata prima della IBM», ricordava Bellisario che la volle fortemente nonostante lo scetticismo diffuso e che scelse per il design delle macchine Mario Bellini e come elemento singolo e intercambiabile di scrittura la ‘margherita’, disegnata da Gian Luigi Ponzano.

In effetti, a partire dall’innovazione introdotta dal word processing, si cominciò a ridisegnare il concetto stesso di ufficio, con una nuova generazione di impiegati : di questi molti erano donne, osservava l’imprenditrice in un’intervista al Financial Times del novembre 1975, le stesse che «tra vent’anni non vorranno più fare le segretarie».

Nell’aprile 1975 il Financial Times definiva Bellisario «una delle poche donne a raggiungere gli alti livelli nell’imprenditoria italiana al di fuori di legami familiari».

La rivoluzione informatica della Olivetti, costosa e impegnativa, doveva tener testa al dinamismo di concorrenti agguerriti, in primo luogo l’IBM, detentrice di oltre il 70% del mercato italiano. La crisi finanziaria raggiunse l’apice nel 1977. Nel maggio 1978 arrivò a Ivrea il nuovo principale azionista, Carlo De Benedetti, che fece dell’Olivetti un caso di modernizzazione aziendale e di avvio di una profonda riorganizzazione del mercato, del sistema produttivo e di ristrutturazione della grande impresa.

I rapporti di Bellisario con De Benedetti furono difficili fin dall’inizio, anche se in seguito avrebbe riconosciuto di avere imparato da lui l’importanza della gestione delle risorse finanziarie e la necessità, in certi casi, di essere duri.

Dopo alcuni mesi di tensione le fu proposto di assumere la direzione dell’Olivetti Corporation of America (OCA), consociata americana dell’Olivetti, in disastrose condizioni. La proposta, da più parti considerata come un ‘siluramento’, costituiva un’evidente retrocessione, dalla direzione della pianificazione a responsabile di una società in smobilitazione, tale da indurla alle dimissioni.

Inaspettatamente Bellisario accettò la sfida e nel gennaio 1979 partì per gli Stati Uniti, per avviare la riorganizzazione produttiva e organizzativa dell’OCA. La stessa immagine della nuova presidente costituì una componente della strategia di rilancio: il nuovo boss americano della Olivetti era una «dinamica donna italiana», della quale Word Processing World sottolineava la determinazione e l’eleganza; per Fortune una donna «che si è fatta da sola» era una «rarità» tra le donne manager, sia in Italia sia negli Stati Uniti.

Nel 1981 fu la prima donna invitata come keynote speaker alla National Computer Conference di Chicago.

Dopo anni di perdite, l’OCA cominciò a risollevarsi e già nel 1979 chiuse con un utile : un referendum promosso tra giornalisti economici la identificò come il «manager più duro» d’Italia ; Capital le dedicò nel giugno del 1980 la copertina presentandola come «faccia d’angelo, pugno di ferro».

Nel 1981 torna in Italia per affrontare un’altra grande sfida: resuscitare l’Italtel, il pesante carrozzone pubblico che raggruppa 30 aziende elettromeccaniche, in costante perdita di soldi ed efficienza. Il piano di ristrutturazione spaventa i sindacati e non convince la stampa, ma la dieta della Bellisario – che cambia 180 dirigenti su 300 e avvia nuovi progetti – riesce in poco tempo a trasformare un’azienda obsoleta in una realtà all’avanguardia che inizia a macinare guadagni, fino ad arrivare a un fatturato di 1.300 miliardi di lire. Un miracolo che le vale non solo la stima dell’industria italiana, ma anche il Premio di manager dell’anno 1986.

Ma probabilmente la vittoria più grande per Marisa è stato vedere che, sotto la sua guida, le dipendenti laureate dell’Italtel passarono dal 5 al 27% dei laureati complessivi dell’azienda.

Sul finire degli anni Ottanta la Bellisario è ormai una manager italiana di grandissimo successo, conosciuta in tutto il mondo, presa come esempio nelle scuole, invitata nelle trasmissioni televisive e intervistata dalla stampa mondiale.

In Italia però non tutti i muri del maschilismo sono caduti. Lo dimostrano i pregiudizi antifemminili della Fiat che si oppose fermamente alla nomina della Bellisario come amministratore delegato della Telit, il grande polo italiano delle telecomunicazioni che sarebbe dovuto nascere dalla fusione di Italtel e Telettra (azienda della stessa Fiat).

La struttura e l’organizzazione dell’Italtel si trasformarono, e i risultati – sia economici sia di immagine – furono unanimemente riconosciuti come straordinari: Italtel chiuse il 1982 con un aumento del fatturato del 30% e una perdita più che dimezzata rispetto all’anno precedente. Il 13 dicembre 1983 Italtel ricevette l’Oscar di bilancio dall’Istituto per le pubbliche relazioni di Milano, reputato da giuria di esperti il migliore d’Italia: un esempio di trasparenza per il settore delle partecipazioni statali.

L’8 maggio 1984 l’assemblea degli azionisti confermò Bellisario alla carica di amministratore delegato per altri tre anni. Una tale performance, impensabile senza un sostegno politico decisivo, la avvicinò al Partito socialista e all’ingresso nell’Assemblea nazionale del partito nel maggio 1984.

Va tuttavia riconosciuto che di tale mandato politico fu interprete dinamica ed efficiente, autrice di un caso di risanamento che la stampa accolse come clamoroso. Questa «manager in jeans ottimista e felice», come la definì Miriam Mafai «rispettata perfino dal sindacato», figurò tra i manager dell’anno nella classifica de il Mondo (20 aprile 1983) e tra i più bravi manager di Stato che la inserì nella categoria dei «risanatori».

All’estero fu «donna dell’anno» nella sezione del Time nel 1983 dedicata alle telecomunicazioni, mentre Business Week usò il suo volto nella campagna pubblicitaria della rivista per il 1984. Le Nouvel Economiste del 27 agosto 1984 le dedicò la copertina come uno dei protagonisti del «risveglio» della «nuova Italia industriale».

«Marisa la narcisa» – scrisse Epoca il 29 ottobre 1987 – era «un asso nel culto della propria immagine»; immagine gestita con un’accorta – seppure sempre ironica – ostentazione di abbigliamento alla moda, originali e coloratissimi tagli di capelli, presenzialismo mondano: «per continuare a vincere l’Italtel deve avere un’immagine forte e positiva», tale da farsi conoscere ai clienti in Italia e all’estero, da motivare i dirigenti, da attrarre i migliori laureati e manager. Essere «famosa», avrebbe ricordato l’amico giornalista Giuseppe Turani, era anche una consapevole strategia per mantenere autorevolezza e potere.

In virtù di tale visibilità figurò spesso – direttamente o indirettamente – nelle discussioni sulla trasformazione della questione femminile, che stavano allora spostandosi dalle rivendicazioni di parità alle ‘azioni positive’.

Per suo espresso interessamento, l’incidenza femminile sui neolaureati assunti passò dall’8% nel 1980 al 28% nel 1985.

Nel giugno 1984 fu chiamata a far parte della prima Commissione per la realizzazione delle pari opportunità tra uomo e donna, presieduta dalla senatrice socialista Elena Marinucci.
La stessa Bellisario amava ripetere che per «una donna fare carriera è più difficile, ma è più divertente».

E la sua è stata una carriera fulminante basata su meritocrazia, competenza e dedizione per il settore dei computer, ancora poco conosciuto all’epoca e di conseguenza ancor meno accessibile per le donne.

Maria Isabella Bellisario è morta a soli 53 anni. Un tumore alle ossa ha interrotto la sua scalata verso il successo e le sue battaglie per la parità di cui aveva un’idea ben precisa: «Per una donna esiste il problema della credibilità, bisogna dimostrare che si è brave. Alla donna manca il diritto alla mediocrità, si arriva ad occupare posti importanti solo se si è bravissime. Quando ci saranno anche le mediocri, come avviene per gli uomini, vorrà dire che esiste la parità. Occorre quindi dimostrare che a uguali opportunità corrispondono uguali meriti».

Morì a Torino il 4 agosto 1988.

A Marisa Bellisario è intitolata una Fondazione che si occupa della promozione dell’imprenditoria femminile.

La carriera di Marisa Bellisario si basa sul perfetto equilibrio tra femminilità e rigore, civetteria e piglio gestionale : fu la prima donna manager d’Italia, traguardo per cui circa 30 anni fa è nato il celebre premio che incorona quelle protagoniste della società in grado di far splendere la propria personalità anche in settori dominati dagli uomini.



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