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Charles Dickens, nel suo capolavoro David Copperfield, delinea un individuo ipocrita e malvagio, Uriah Heep, “dal viso cadaverico e dalle mani appiccicose”, che cerca di danneggiare in tutti i modi il mite protagonista del romanzo con lo stile del delatore, sibilando menzogne al padrone e falsificando la sua cattiva coscienza in una apparente e finta disponibilità.

Lui vuole apparire bello e buono, e per fare ciò deve denigrare chi lo è veramente, non avendo alcuna dote e capacità per competere con David.

Al di là del tempo e del contesto, il ritratto di questo personaggio di fantasia mi ha fatto scattare il paragone con il delatore ferroviario, quel sedicente intellettuale, arruffato giustiziere della bontà, che invece di stigmatizzare i fautori dei furti e degli accattonaggi, ha pensato bene di denunciare per razzismo la capotreno.

Morto di fama alla ricerca di una notorietà spicciola, l’attivista in difesa dell’illegalità e del malcostume, ha trovato il punto di leva per farsi conoscere e per uscire dal suo angosciante anonimato.

Cosa di meglio che cavalcare la mistificazione razzista, l’igiene parolaia del politicamente corretto, la retorica del nomadismo e della tradizione alternativa?

Anche a scuola c’erano personaggi simili. Quelli che inseguivano la maestra per fare il nome di chi aveva appiccicato la gomma da masticare sull’orlo del cassetto dei registri, di chi aveva scritto ‘scemo chi legge’ sulla lavagna prima di uscire per il riposo, di chi aveva il famoso Bignami di matematica per la prova in classe. Erano gli stessi che nascondevano il tema con il braccio per non farti copiare o, peggio ancora, suggerivano sbagliato, e schizzavano sulla cattedra al primo cenno di interrogazione.

Naturalmente erano gli sfigati della sezione, per i quali scattavano rappresaglie giustificate: dalla sparizione della merenda all’uovo nella tasca del cappotto, pronto a rompersi durante la ressa dell’uscita fino alle pagine incollate dei libri di testo.

Allora gli infami invocavano l’intervento del fratello maggiore, minacciando la sua presenza all’uscita di scuola il giorno successivo. Insomma, delatori e vigliacchi in equilibrata quantità.

Ma la mamma, no! Mai sarebbero giunti a farsi difendere dalla genitrice. Non è mai successo nei tempi andati. La cosa sarebbe stata talmente devastante dal punto di vista dell’immagine, che loro si sarebbero addirittura tenuti due sberle piuttosto che una simile umiliazione.

L’Uriah Heep di Trenord, invece, ha superato perfino questa soglia di decenza che caratterizzava le vecchie generazioni.

Dopo un video piagnucoloso, anche se interiormente narcisistico nel suo ruolo di vittima della persecuzione mediatica, interviene la Mamma, rigorosamente con la M maiuscola.

E questa signora che fa? – e i social rilanciano alla grande questa mortificante rappresentazione.

Rivolge un appello al Presidente della Repubblica Mattarella, perché il suo bambino di 32 anni ha ricevuto minacce e, afferma l’ineffabile cocco di mamma, “oltre 42mila commenti, in gran parte offese”.

Si tranquillizzi signora, comprendiamo l’ansia del cuore materno, ma il suo piccolo non rischia nulla, neanche di striscio.

Anzi, c’è ancora purtroppo in Italia – e spero vivamente per poco – delle riserve sinistre per le quali la famosa canzone degli Amici del Vento è sempre valida: “Trama nera, trama nera / sol con te si fa carriera”.

Quindi vedrà che un posticino glielo trovano, magari un collegio elettorale sicuro, come simbolo della ferocia razzista e nazifascista, e chissà, con il beneplacito dei Casamonica, notoriamente difensori della cultura rom e sinti.


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