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Per settimane, anzi, per mesi, sui social di mezzo mondo (su giornali e televisioni molto, ma molto meno…) abbiamo assistito all’assalto degli attivisti del Black Lives Matter contro i simboli della civiltà bianca, in nome di una malposta rivendicazione dei diritti dei neri. Sono state abbattute statue, imbrattati monumenti, e solo raramente si sono udite voci di condanna se non da parte di qualche esponente della destra, subito bollato come bieco razzista.

Ma è bastato che Giorgia Meloni ospite della trasmissione “In Onda” su La7 esprimesse un parere su la canzone Imagine di John Lennon, e si è scatenato il finimondo.
Prima i fatti.

Alla domanda del conduttore Luca Telese se la leader di Fratelli d’Italia avrebbe mai fatto cantare la canzone dell’ex Beatle a sua figlia, la risposta è stata: «Beh, non è una canzone il cui testo mi appassiona, insomma. Dice che non ci siano le religioni, che non ci siano le nazioni. È l’inno dell’omologazione mondialista. Io francamente sto da un’altra parte: per me l’identità è un valore. Poi è una bellissima canzone. Se uno, diciamo, non capisse l’inglese e non sentisse il testo, la canzone è fantastica».
Apriti cielo!


Per ogni dove (e questa volta non solo sui social…) tutti a dare addosso alla Meloni che è stata tout court affiancata agli iconoclasti di cui sopra.
Addirittura Paola Mastrocola su La Stampa si è lanciata in un peana (pubblicato in prima pagina!) a difesa della canzone incriminata, la quale veniva definito “un mito” equiparato dalla scrittrice nientepopodimenoché ai miti greci.

Ora, detto che in un paese dove esiste (ancora?) la libertà di opinione ognuno dovrebbe essere in grado di esprimere le proprie non dico opinioni, ma almeno le proprie preferenze in campo artistico, certo si può discutere sull’apprezzamento dell’esponente politica romana. E si può persino condividere l’opinione della Mastrocola quando dice, a difesa della canzone, che “abbiamo soprattutto bisogno di immaginare. Che è molto più forte di sognare. Il sogno ci conforta. L’immaginazione ci fa creare”. Ma quando l’ex insegnante torinese arriva a dire che “per essere non dobbiamo appartenere”. Allora no: non si può più essere d’accordo con lei. Perché l’unico modo per essere è appartenere: a un popolo, a una cultura, a un modo di concepire il mondo. Altrimenti non si è niente.

E se il “mito” Imagine diventasse l’inno dell’indifferenziazione e dell’omologazione, avrebbe tutto il diritto di non essere apprezzato da chi crede ancora che “l’identità sia un valore”.


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