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Il mito di Narciso è noto e non occorre farne l’esegesi. Quello che interessa è capire quanto di questa patologia è presente nel panorama politico, e quanto essa sia implicita nello stesso criterio della democrazia.

Massimo Fini, polemologo e scrittore di indubbie doti di provocatore, aveva detto e scritto che la massima qualità che la democrazia chiede ai suoi rappresentanti è quella di non avere competenze.

L’incompetenza, insomma, come il requisito essenziale delle capacità democratiche.

Se analizzassimo i curricula degli ormai antichi politici scopriamo un tesoro di abilità: dall’oratoria all’economia, dall’esperienza militare a quella didattica, dalle pratiche imprenditoriali alle scienze sociali e alla filosofia politica.

Teoria e pratica della cosa pubblica. Gli scadenti peones erano rappresentativi della loro stessa categoria, purtroppo votante: i quaquaraqua de Il giorno della civetta.

Quelli dell’ultimo lustro presentano trasversalmente delle qualifiche esili, esauste, a volte praticamente inesistenti, quindi molto utili a razzolare nell’aia parlamentare e nelle assise regionali e comunali.

Questi stessi, però, appena eletti, è come se avessero passivamente ottenuto una particolare unzione, sia essa dovuta al battesimo nel Po, oppure alla liquefazione del sangue di San Gennaro.
Immediatamente, assumono un’autostima da condottieri e da statisti, gravemente supportata dalla pletora di cortigiani dei quali si fanno volontariamente circondare.

In un precedente articolo, Augusto Grandi ha centrato il problema del cambiamento – o meglio dell’assenza, della paura di cambiamento – che affligge l’attuale quadro politico, specificamente leghista.

Il motivo di questa pericolosissima stasi è di certo politico, ma anche psicologico.
Da un lato, la mancanza di quadri culturali che abbiano un valido spessore professionale da spendere in questo ambito. Pochi esperti sono disposti a rinunciare alla propria carriera, anche dal punto di vista economico, per affiancarsi a personaggi di dubbio valore e, magari, accettare di prendere ordini da questi. Dall’altro, sono gli stessi dirigenti che diffidano di tali persone, e anche attivamente le tengono distanti, perché consapevoli della propria debolezza temono di essere messi in ombra, e sorpassati nelle successive gare elettorali.

Ecco, allora, delineato il sistema vigente – per altro derivato da altre precedenti esperienze – che vede qualche esemplare narcisista attorniato da gente in cerca di lavoro e socialmente fallita – ominicchi, ruffiani e quaquaraqua, tanto per tornare a Sciascia – che ringhia proclami, annuncia intenzioni, emette sentenze, che poi regolarmente non vengono mantenute. Come mosche cocchiere, si fanno fotografare a fianco di leader stranieri di indubbio valore, gonfiandosi dell’altrui decisione e risolutezza, per poi sgonfiarsi come soufflé malriusciti di fronte ad una critica avversaria e attrezzarsi con i Pampers per prendere la minima decisione.

Tutto questo andazzo è intriso di narcisismo, di voler apparire ciò che non si è pur di accalappiarsi voti con la tecnica della pesca a strascico, della presunzione della furbizia scontata, dell’arroganza di credere che la gente dimentichi le loro promesse tradite.
E così il narcisista, di fronte al metaforico riflesso dello stagno che altro non è che l’impatto traumatico con il reale, finisce per affogare nelle sue stesse illusioni.


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