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Un tempo andava molto di moda la frase attribuita (probabilmente in modo erroneo) a Voltaire: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”.

Il problema, spesso la scusa, è sempre stato se quest’atteggiamento vada esteso anche a coloro i quali, avendone la possibilità, non ricambierebbero la cortesia.

Il difetto di reciprocità nella difesa della libertà di opinione altrui emerse, per esempio, una ventina d’anni fa, quando Marcello Veneziani si rese disponibile a sostenere una delle periodiche campagne condotte per salvarsi dalla crisi dal quotidiano “il manifesto”, ma dal “quotidiano comunista” fecero sapere che non avrebbero fatto lo stesso per lui. Tant’è che, per esempio, il Secolo d’Italia cartaceo ha chiuso senza grandi condoglianze (e anche l’Unità, alla fin fine).

Più pacifica appare invece la solidarietà rinnovata a suon di soldi pubblici a Radio Radicale, una voce che tutti sembrano considerare la quintessenza della liberalità. Peccato che né “il manifesto”, né Radio Radicale, né la quasi totalità dei media italiani sia in grado di campare senza sovvenzioni e aiuti dei contribuenti: il diritto all’informazione sembra vada assicurato più a chi lo esercita come lavoro che a chi ne dovrebbe usufruire come cittadino. Agli italiani notizie, commenti, giornali, siti, radio e tv piacciono solo gratis: a lamentarlo, peraltro, è una star del settore non sospetta di simpatie reazionarie come Milena Gabanelli.
La questione è piuttosto simile a quella della differenza tra democrazie e dittature: è meramente quantitativa, cioè relativa ai margini di libertà e diritto concessi, oppure qualitativa? La seconda opzione si scontra di fronte all’oggettiva constatazione che qualunque regime stabilisce come limite la propria sopravvivenza: “Con tutte le libertà che avete, volete anche la libertà di cambiare?”, diceva quel genio di Giorgio Gaber.

Facciamo un esempio che evidenzia la contraddizione. Il rapporto del Consiglio d’Europa sulla libertà di stampa, che accusa l’Italia di essere stata nel 2018 “uno dei paesi con il più alto numero di segnalazioni per attacchi e minacce ai giornalisti, tredici in tutto, come per la Russia”, attacchi “particolarmente preoccupanti” per cui “la libertà di stampa è chiaramente deteriorata”. E l’Europarlamento vota una procedura contro l’Ungheria accusandone l’esecutivo di violare i diritti umani ai sensi dell’articolo 7 del Trattato. Insomma, è difficile stabilire un confine tra l’altro che accuso di essere illiberale e me che cerco di impedirglielo.

Il terreno è scivolosissimo e capita di frequente che qualcuno ci caschi. In ordine sparso e limitandoci a casi recenti: il Salone del Libro di Torino impedisce all’editore Altaforte di partecipare, nonostante gli accordi vincolanti intercorsi, e solo dopo si preoccupa di darsi una regolamentazione che gli permetta di prendere decisioni del genere; Facebook chiude 23 pagine considerate di propaganda e accusate di diffondere fake news con 2,4 milioni di follower e in maggioranza sostenitrici di Lega e M5S; i Cinque stelle si dice (Di Maio smentisce) volessero impedire di candidarsi ai manager di società con più di 10 milioni di euro di volume d’affari… E ancora, un ristoratore berlinese non serve i politici sovranisti, l’Opera di Parigi e forse adesso l’Arena di Verona impediscono al ballerino Sergei Polunin di esibirsi perché ha un tatuaggio con Putin e rilascia dichiarazioni antifemministe, mentre le femministe si oppongono alla Palma d’oro alla carriera ad Alain Delon accusandolo di maschilismo e omofobia: lo è forse anche Martina Navratilova, contraria a far giocare le tenniste transgender ma dichiaratamente gay?

C’è poco da fare, sulla libertà d’opinione e sulla democrazia bisogna Voltaire pagina.


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