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La crisi politico-militare in Ucraina ha riproposto al centro dell’agenda UE il tema tradizionale dei rapporti con la Russia. Argomento che da sempre divide gli stati europei e spesso ne determina la politica estera generale o nei confronti dell’”orso russo”.

Le topiche che storicamente ricorrono nel dibattito euro-russo sono sintetizzabili in alcuni punti. In primo luogo, la questione delle radici e delle comunanze etno-culturali: il popolo russo, sebbene considerato universalmente come slavo (o slavofono), ha invece profonde e marcate origini nelle antiche tribù scandinave che a partire dal IX secolo d.C. iniziarono a risalire i lunghissimi fiumi russi e ucraini per fondare numerosi empori. Lungo quei corsi d’acqua nei secoli si sono sviluppate le principali città odierne (Kiev, Mosca, Rostov sul Don, Samara, Suzdal, etc.). Quest’aspetto viene spesso messo in secondo piano, soprattutto da parte dell’élite politica degli stati europei del nord e dell’area germanica, mentre nel mondo slavo (dalla Polonia alla Serbia e alla Romania) quel particolare sentimento detto “panslavismo” torna spesso in auge (si ricordi la guerra del Kosovo a esempio).

L’altro aspetto, non secondario, che tradizionalmente “unisce” la Russia all’Europa è la sua religione prevalente cristiana, seppur nella forma dell’ortodossia di matrice bizantina, largamente maggioritaria anche in tutta l’area balcanica: che se da una parte crea un forte legame anche istituzionale con il Patriarcato di Mosca, dall’altra introduce un elemento di trasversalità fra l’area russa-slavofona e l’Europa comunitaria.

Non contano di meno, ovviamente, le relazioni commerciali che i singoli stati europei e la Comunità Economia Europa nel suo insieme intrattengono con la Federazione Russa. Sin dall’istituzione dei Principati ‘Rus’, gli scambi commerciali furono un motivo di contatto e di interrelazione formidabile, in quanto la rete di fiumi navigabili e routes sicure gestita dai principi russi consentì all’Europa occidentale e nordica di raggiungere agilmente i mercati orientali e il centro nevralgico degli scambi commerciali, Costantinopoli, per tutta l’età medievale e soprattutto dal momento in cui le vie tradizionali asiatiche caddero in mano agli islamici.

Come è sempre avvenuto nel corso della storia europea, i rapporti di amicizia fra popoli e regni venivano suggellati con matrimoni o trattati di amicizia. Così anche la dinastia dei Rurik, che aveva creato i Principati e resse per secoli fino all’avvento dei Romanov, entrò a far parte della grande famiglia regale cristiana europea, sin dai tempi di Vladimiro I: già Duca di Novgorod, dopo una lunga sfida coi bizantini accettò il battesimo al cristianesimo (fu santificato) e in quanto tale divenne Granduca di Kiev e capo delle chiesa ortodossa russa, quindi prese in moglie Anna, sorella degli imperatori della dinastia dei Macedoni (mentre l’altra sorella Teofano andava in sposa al Kaiser Ottone II); dopodiché suo figlio Jaroslav I diede vita ad altre relazioni matrimoniali-politiche con le dinastie reggenti di Svezia, Norvegia, Polonia, Ungheria e Francia (inizio dell’XI secolo) attraverso i numerosi figli, fra cui spiccava l’unione di Vsevolod I con Anastasia figlia dell’ultimo imperatore dei Macedoni Costantino IX detto “monomaco”, il quale trasmise il suo soprannome al nipote, tale Vladimiro II da cui ebbe origine tutta la genealogia dei principi russi rurikidi.

Fu proprio un virtù di questa origine “sacra” dalla dinastia più importante della cosidetta “seconda Roma” (in quanto Bisanzio aveva ereditato la tradizione culturale e regale di Roma, nonché il titolo di “imperatore dei romani” e difensore della fede cristiana) che, alla fine del XV secolo, gli ultimi discendenti dei Rurik pretesero e ottennero il riconoscimento a eredi di fatto e di diritto di quello che era stato il millenario Impero bizantino, e quindi della Chiesa ortodossa, alla caduta di Costantinopoli in mano ai turchi nel 1492 d.C.. Visto anche il matrimonio fra Ivan III e l’ultima discendente dei Paleologo che giustificò l’idea di una traslatio imperii a Mosca che si concretizzò nella forma dello Zarato divino. Svolta che incrinò i tradizionali rapporti amicizia fra le casate cristiane occidentali e quella russa, ora pretendente apertamente al titolo di imperatore dei cristiani e della “terza Roma”.

Fu una diatriba che segnò la storia russa ed europea nei secoli seguenti, contrapponendo alla crescente forza militare russa a quella altrettanto forte della Polonia e della Svezia, alle cui spalle di celava l’interesse dell’Impero asburgico e degli altri stati scandinavi a tenere l’orso russo oltre un confine indefinito, ma grossomodo corrispondente a quello attuale (in origine il confine dell’Impero russo stava lungo i corsi del Dnepr e della Dvina Occidentale per poi spostarsi molto più a ovest, lungo i corsi del Dnestr, della Vistola e del Nemunas). Solo con Pietro I e poi con Caterina II “detta la grande” l’Impero russo fu definitivamente incluso nel consesso delle potenze europee e inserito stabilmente nell’èlite regale formata dalle dinastie che controllavano quasi tutti i troni disponibili.

Una situazione idilliaca che terminò però con la scomparsa dello stato polacco (1795 d.C.) e il contatto diretto dell’immenso Impero russo (ormai giunto a toccare le sponde asiatiche dell’Oceano Pacifico!) con il Reich germanico e l’Impero austro-ungarico, erede di quello asburgico e quindi dell’Impero cristiano occidentale fondato da Carlo detto “il magno”. Il rapporto di confine non poté che sfociare nella Prima Guerra Mondiale e, vent’anni dopo, nel conflitto fra regimi totalitari nazista e sovietico, che vide quest’ultimo trionfare e porre sotto dominio l’intera Europa orientale. In quel momento (1947 d.C.) il nuovo confine della Russia si collocava sulla “cortina di ferro”, una linea immaginaria delineata da Churchill fra Stettino e Trieste. Era l’inizio della “guerra fredda” che divise l’Europa in due blocchi contrapposti e configgenti, controllati dalle superpotente planetarie degli Usa e dell’Urss, terminato solo nel 1989 con la resa di Gorbachov e la caduta del muro di Berlino, atto che permise il ritorno degli stati europei orientali al sistema liberale, capitalistico, cattolico.

Oggi i rapporti fra Europa e Russia non si sono discostati molto dal modello di confronto e contenimento elaborato nel XVI secolo e ritornato nel XX secolo con l’avvento della Nato e della logica transatlantica che tuttora domina le relazioni internazionali degli stati europei. Anche se per alcuni paesi (Francia e Italia su tutti) la politica estera con la Russia è tesa a rapporti amichevoli e intensi scambi commerciali, mentre le ex-repubbliche democratiche socialiste considerano il gigante russo quale potenziale nemico, sempre in cerca di nuovi spazi da occupare, soprattutto con l’avvento di Putin e la sua retorica della “Grande Russia”, nel complesso le relazioni reciproche sono improntate a un’intesa di “non aggressione” di fondo (che ci si augura verrà conservata a lungo!) utile ad una strategia vincente per entrambi i soggetti nel complesso delle relazioni geopolitiche globali, sia sul fronte euroasiatico che in quello transatlantico.

L’ipotesi di alcuni di fondere l’Europa alla Russia in un blocco politico unitario è fuor dalla logica e dal campo del possibile. Sarebbe più praticabile invece la strada di un equilibrato e equidistante rapporto di amicizia con essa e con gli Usa, nel quale gli stati membri dell’UE avrebbero la flessibilità necessaria a praticare correttamente le rispettive politiche estere. Anche per evitare eventuali conflitti bellici con la Russia, da cui l’Europa uscirebbe distrutta. Mentre potrebbe avvantaggiarsi di un formidabile scudo a oriente, alimentato da proficue e amichevoli relazioni di ogni genere, come è sempre stato nella storia europea.


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