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In Italia per trovare un vero campione occorre risalire a Nicola Pietrangeli e, un po’ più giù, a Panatta. Nicola è l’uomo più pigro e affascinante che abbia conosciuto. Ho scritto io la sua biografia perché era troppo pigro per scriverla lui.

Lea Pericoli nasce a Milano il 22 Marzo 1935 da una famiglia benestante. A neanche due anni, con la madre Jole, si imbarca sul Conte Rosso per raggiungere il padre Filippo che ha seguito le truppe in Etiopia.

È stato il primo civile a entrare ad Addis Abeba. Aprì una ditta di importazioni e diventammo ricchi ma scoppiò la guerra, arrivarono gli inglesi e lo fecero prigioniero. Doveva finire in India ma ai tempi delle stragi di Graziani papà aveva salvato tante persone, tra cui il cameriere personale dell’Imperatore. Il Negus lo graziò e lui fece di nuovo fortuna, per poi perdere di nuovo tutto. Più volte

Infatti il padre ebbe molto fiuto per gli affari, un po’ megalomane (la villa prefabbricata in Italia arriva per nave in Africa), due volte straricco grazie alla coltivazione di banane, concessionario di Fiat, Om, Olivetti, Piaggio, ma per due volte fu costretto a ricominciare da capo.

Ad Addis Abeba, come dirà lei stessa in un intervista, Lea non riusciva a relazionarsi con nessuno non conoscendo bene la lingua, ma guadagnò il rispetto delle compagne di Collegio primeggiando nello sport: diventò capitana della squadra di hockey su prato, praticò equitazione e soprattutto vinceva qualsiasi torneo tennistico a cui prendeva parte.

All’età di 17 anni torna in Italia dove inizia la sua carriera tennistica: Forte dei Marmi, torneo delle Focette.

«Non ero neanche tesserata, gioco e vinco. Un sogno. Stavo in mezzo ai più grandi dell’epoca: Del Bello, Cucelli, Gardini. Fausto venne da me. “Se facciamo una foto con i prodotti Binaca ti faccio avere una Parker d’oro”. L’avrei fatto anche gratis».

Però a quei tempi la separazione tra dilettanti e professionisti è custodita da guardiani feroci. «Mi convocò il segretario della Federazione, Piccardo, piccolo, nevrotico, cattivo: minacciò di squalificarmi per la pubblicità e perché risultavo iscritta a due club. Ero una ragazzina, che ne sapevo?».

Nel 1955 vince il primo titolo italiano nel doppio femminile e nel misto. Nel 1957 conquista la Coppa Duncan a Montecarlo e nel 1958 il titolo nazionale nel singolo. Nel 1956, a Wimbledon, Gianni Clerici ricorda di averla vista per la prima volta.

In “500 anni di tennis” Gianni Clerici scrive più o meno che nell’ambiente tutti erano innamorati di lei, ma non è stata una campionessa.

È vero. Sono stata una buona tennista rovinata nel momento migliore. Contro quelle pari grado o inferiori vincevo, contro quelle più forti perdevo, ma qualche soddisfazione me la sono tolta. Del tennis, a quei tempi, mi affascinavano soprattutto i viaggi, perché guadagni non ce n’erano. La purezza del dilettantismo. Voli notturni per spendere di meno, pensioncine da pochi soldi. A Wimbledon, oltre al ticket per la prima colazione, avevamo diritto al macchinone che ci portava dall’albergo ai campi. Per il resto ci arrangiavamo, quelle poche lire ce le strappavamo giocando a poker fra di noi. Poveri ma belli“.

Dichiara che per le tenniste carine, un modo di arrangiarsi era accettare inviti a cena da sconosciuti ammiratori, e dopo cena arrivederci e grazie.

Eravamo a Londra, dico a Lucia Bassi che avevo rimediato un invito per due e lei mi fa: non m’interessa, sono una ragazza che ha dei princìpi. E io sono una ragazza che ha fame e ci vado anche da sola, le ho detto e fatto”.

Il tennis di quegli anni è un mondo chiuso, di rigore il bianco per la divisa, donne con gonne abbastanza lunghe, o con sottana-pantalone, movenze aristocratiche.

Lea si presenta in sottogonna di tulle rosa, mutandine rosa e calze rosa. I fotografi impazziti, il pubblico diviso.

I fotografi mi distraggono, vinco facile il primo set con una spagnola che mi è inferiore, poi mi blocco e sono eliminata. Ma, peggio ancora, mio padre mi proibisce di continuare col tennis. Il clamore non gli è andato giù. Quelle mutandine, quella gonna di cui hanno misurato la lunghezza più volte, ma era nelle regole, meno nelle regole semmai le mutandine, ed ora è tutto esposto al Victoria Albert Museum di Londra.”

Ho cominciato perché mi divertiva e perché in Italia era molto diffusa l’idea che lo sport trasformasse le donne in muscolose virago senza grazia. Ho fatto una scelta dalla parte delle donne“.

Al ritorno in Italia dovette iniziare a lavorare perché avevano perso tutto in Africa ed il tennis era un lusso. Sveglia alle 6.30, di corsa in Vespa all’Ambrosiano di Milano, poi alle 8.30 alla scrivania in Via Verri dove era segretaria in una ditta di import export. Alle 12.30 di nuovo a giocare un paio d’ore per poi tornare in ufficio.

Ho frequentato una scuola di stenografia in via Vittorio Veneto” ha raccontato, “ma pensando che una segretaria, pure di rango, deve sottostare ad orari fissi, ho intrapreso altre attività che mi hanno dato notevoli soddisfazioni. Fui segretaria di Joe Nehmad, figlio di un banchiere libanese, poi collaborai con piccole ma note case produttrici. Ho curato anche alcuni Caroselli, ormai leggendari, con noti protagonisti quali Mina, Virna Lisi e Giovanna Ralli. Mi inserii anche nella moda e ho così avuto modo di conoscere i più celebri stilisti”.

Ne ha fatta anche un’altra: quella di rendere pubblico il tumore che l’aveva colpita al collo dell’utero.

Sì, lì fu decisiva la spinta del professor Veronesi. In quegli anni si faticava a nominarlo, il tumore, il cancro. Era “il male inguaribile”, da tener nascosto, quasi fosse una vergogna. Sei mesi dopo l’intervento chirurgico vincevo il campionato italiano e Veronesi diceva che quel risultato valeva cento conferenze, che con una diagnosi precoce, era il mio caso, si continua a vivere”.

Agli Assoluti del 1975 vince singolo, doppio e misto con Adriano Panatta «che è stato anche fidanzato con mia sorella». «Avevo un tennis primitivo, selvatico, avevo il polso come Borg, senza irriverenza».

E Nicola? «Con lui siamo diventati amici dopo, a forza di leccarci le ferite a vicenda. Un grande talento ma poca volontà, l’avesse avuta sarebbe stato il più grande, ma lui ripete che si è divertito tanto lo stesso. Un po’ come Adriano».

Le piace Roger Federer «L’unico fenomeno. Ha il tennis perfetto, una rarità». Adora Flavia Pennetta. «Carina, speciale. L’ho detto anche a sua madre: la figlia che avrei voluto avere».

Afferma che si appassionò del “tennis, certo, e poi del golf. Sempre a rincorrere una pallina. Mi sa che nella vita precedente ero un cane“.

Un coniglio coraggioso la definì Indro Montanelli, amico di suo padre Filippo, nato per caso in Lucania ma romagnolo doc. “Andavano insieme a caccia di lepri, in Etiopia“. Fu Montanelli a volerla cronista di sport, e poi di moda. “Sul primo numero del Giornale c’è la mia firma in prima pagina, ne sono orgogliosa. Ricordo che portai il pezzo a Carlo Grandini, capo dello sport. Era un foglio battuto a macchina sui due lati. Prima di leggerlo mi disse: “Guarda che due fogli ce li possiamo permettere”. E mi è sembrato di tornare bambina, quando i diari li scrivevo solo sulla pagina di destra“.

Conclusione amara: “Diventa direttore Vittorio Feltri, mi convoca e mi dice: da domani lei non è più collaboratrice di questo giornale. Così, secco. Mi ha fatto male la mancanza di una spiegazione, dopo tanti anni credevo di meritarla“.

Dopo la conquista di 27 titoli italiani (record assoluto), tre volte negli ottavi di finale a Wimbledon, quattro volte al Roland Garros (e semifinali in doppio), quarti in misto a Parigi e a Wimbledon, e dopo aver vinto nelle stessa edizione dei campionati italiani il singolo, il doppio e il doppio misto (in coppia con Adriano Panatta) nel 1975 all’ età di 40 anni si ritira. Ciò però non ferma la sua voglia di innovazione che le permetterà d’intraprendere la carriera giornalistica e in un secondo momento anche quella da conduttrice televisiva.

Nel 1976 Lea divenne la prima telecronista donna della storia della televisione in Italia. Ha lavorato per Telemontecarlo per oltre 20 anni conducendo anche Paroliamo, programma quotidiano durato 3 anni, passando poi a La7.

Ha lavorato per la Televisione Svizzera come telecronista e come conduttrice di programmi di moda andati in onda la domenica in prima serata.
Grazie alla perfetta conoscenza del francese e dell’inglese per 2 anni, ha condotto “Caccia al Tesoro” in coppia con Jocelyn, programma della Rai, che andava in onda dagli Studi di Parigi.

Ha vinto un Telegatto con “Carta Bianca“, programma radiofonico condotto in coppia con Rivera e Nicola Pietrangeli.

È stata protagonista del Telefilm per Rai 2Polvere di Stelle”.

Nel 2007 durante la finale di Fed Cup a Mosca Lea è stata premiata dalla Federazione Internazionale con un Award of Excellence per: “il significativo contributo al successo della Coppa Davis Femminile.

Per Marsilio Editore, nel 2009, ha scritto “Maldafrica“, nostalgici ricordi di un tempo che non c’è più.

Nel maggio 2015, una targa a lei dedicata fu inserita nella Walk of Fame dello Sport italiano a Roma, riservata agli ex-atleti italiani che si sono distinti in campo internazionale.

Di Lea, che ha vinto anche la fascia di Miss Cinema Cortina e Lady Milano, e ha disertato Miss Italia dopo aver vinto le selezioni, resta un’immagine insieme di raffinata eleganza, di gratitudine ben vissuta, di grande garbo.

Quando cammino per strada, un sacco di donne mi sorridono, mi fermano. Si vede che ho lasciato un buon ricordo, e questo mi rende molto orgogliosa” ha detto. “Ho una grande riconoscenza per la vita, per tutto quello che mi ha dato”.

Ho avuto tanti amori importanti, anche dolorosi, e vivo da sola, ma convivo bene con me stessa, mi parlo e mi rispondo. E ho tanti amici. Nicola dice che solo i cretini non hanno rimpianti, sarò cretina ma non ne ho



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