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A Torino

le portatrici di luce-del-viso di allora sono vecchie o sparite, le giovani che incontri, tutte con rictus da telefonino, non ne mangerebbero i cani.. Ma è un imbruttimento che viene dall’interno, da un’anima stravolta, modificata dall’adattamento. Queste sono donne che si sentono all’inferno e si piegano alla sua occulta legge, lo indossano come un vestito.. Il volto, spia crudele, non nasconde nulla di questo.

No, non sono le parole di Luigi Di Maio arrabbiato con le donne torinesi dopo la manifestazione anti Appendino. Sono alcuni passaggi di “Piccolo inferno torinese”, un libretto del torinese Guido Ceronetti.

Uno splendido libretto di rara ferocia nei confronti della sua città e dei suoi abitanti. Raccolta di scritti anche antichi, quello sulle donne torinesi è del 2002 ma ce ne sono di 25 o 30 anni prima, e che proprio per questo si rivelano premonitori.

Un veggente, Ceronetti.
Sicuramente un pessimista, ma a differenza dei disinformatori odierni che conoscono solo i luoghi della movida ed i ristoranti di tendenza, Ceronetti era un flâneur che amava girare a piedi tutta la città, periferie comprese. Osservando, parlando, riflettendo e poi, ma solo poi, scrivendo.

Una passione per le camminate urbane che è andata via via scemando man mano che il politicamente corretto ha imposto di non infastidire la delinquenza, la criminalità che è “piccola” solo per chi circola con la scorta e poi pontifica sulla insicurezza percepita.

Ma Ceronetti va nel profondo dell’anima di una città che ha perduto se stessa in nome del profitto, che ha rinunciato al suo ruolo storico per trasformarsi in una città fabbrica.

Luoghi di Torino che – scriveva l’autore – avrebbero meritato uno Zola ed ebbero soltanto una Invernizio. Chissà che entusiasmo quando dall’Invernizio si è precipitati agli scrittori odierni sberliccati da una critica asservita.

Ma è sulle Torinesi che, nel 75, Ceronetti riversa tutta la sua delusione.

Fuggite la conversazione femminile a Torino”, consiglia. Non è che degli uomini sia molto più soddisfatto. È la città nel suo insieme che gli appare come una prigione senza sbarre, un manicomio senza mura perché diffuso ovunque.

Il grande saggio ha l’intuizione della direzione che prenderà Torino 40 anni più tardi. Il cibo, che rimaneva di qualità nonostante i miasmi della Fiat ed il fetore delle coscienze che marcivano. Il cibo come sfogo, come alternativa, come via di fuga.

Paradossalmente, ma solo all’apparenza, il libro è ripubblicato da La Stampa (99 pagine per 7,90 euro più il costo del giornale utile per incartare il pesce), il quotidiano che i torinesi chiamano La Busiarda (la bugiarda) e che ospitava gli interventi di Ceronetti.

Perché il Sistema Torino abbracciava anche i suoi nemici e, con quell’abbraccio, li controllava e li rendeva inoffensivi. Non aveva ancora bisogno, il Sistema, di inventarsi le madamine di complemento.


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