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Rari furono quelli che riuscirono a cambiare questa occasione in destino

È con questa amara considerazione che Dominique Venner commenta l’esperienza del putsch di Algeri, l’abnegazione furiosa, sanguinaria ma eroica degli uomini dell’Oas, lo spirito di sacrificio di un gruppo di paracadutisti. La battaglia per l’Algeria francese fu militarmente vinta, ma politicamente tradita.

Contestualizzando contenuto e tempo, e distinguendo lo spessore di quei protagonisti con l’irrilevanza degli attuali figuranti, potremmo dire che la battaglia per l’Europa e per la Nazione è stata elettoralmente vinta, ma si sta moralmente e strategicamente perdendo.

A livello italico, i politicanti riescono ad esprimere tutto e il contrario di tutto, con comportamenti che non solo sono contraddittori, ma anche paradossalmente ridicoli. Ad altisonanti proclami corrispondono mediocri, quando non fallimentari iniziative. Un governo che dovrebbe essere un’orchestra coordinata da un direttore che ha ben chiara la sinfonia, che sa leggere lo spartito, che sa dirigere un’armonia, è solo un insieme squinternato di suonatori, dove ognuno insegue un suo personale pentagramma, pretende di far prevalere il suo strumento, e nella maggioranza dei casi è pure stonato.

Al di là della metafora musicale, quello che salta agli occhi, e che è pure doloroso constatare, che alla vittoria del numero non corrisponde la supremazia della cultura, della competenza e, soprattutto, del coraggio decisionale. Le poche idee sono confuse, estremamente diverse e incompatibili tra loro, impraticabili anche per quinte colonne disfattiste e complottisti da retrobottega di partito.

I movimenti populisti, espressione della volontà del popolo, hanno fatto man bassa nelle urne elettorali, dimostrando il legittimo disgusto nei confronti delle sinistre élites liberalcapitaliste. Il sovranismo ha vinto nella sua richiesta di sicurezza, di identità, di memoria e di destino. Ma alla fine, ciò che risulta, è un’assenza completa di visione comune.

È la condizione che deriva dalla superstizione democratica, dove regnano promesse che non vengono mantenute, dove il potere è “instrumento de ambiciosos y de habladores” – secondo la precisa verità di Donoso Cortés – dove gli eletti si considerano unti del Signore, con una saggezza ed una competenza che prima del verdetto delle urne neppure si sognavano di avere.

I risultati elettorali hanno fatto emergere in Italia ed in Europa tanti Trotsky – bonsai, si intende, per statura e spessore – ma nessun Lenin che segua una dottrina ed un impianto ideologico di riferimento. E questa mancanza già si comincia a pagare. Questi avvertì, nel Che fare?, che “‘l’elemento spontaneo’ non è che la forma embrionale della coscienza” e che “è necessario utilizzare tutte le forze” e “assegnare a ciascuno il lavoro che gli è adatto”.

Il passaggio è cruciale, esistenziale. Tutti cercano giustificazione dei fallimenti accusando gli elementi che vogliono soffocare queste istanze di ribellione. Vedremo se i vincitori di questo momento riusciranno a dimostrare la determinazione del loro successo. Come dice il saggio: “Il vento spegne le candele, ma anima i fuochi”. Il risultato prossimo proverà se queste fiammelle erano solo lumini.


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