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Il 6 aprile del 2009, alle 3:32 di notte, un terremoto di magnitudo 6,3 ha scosso per 23 secondi la città de L’Aquila.

In poche ore migliaia di volti e di mani pronte ad aiutare hanno invaso la città: vigili del fuoco, polizia, protezione civile, anchorman, esercito. Le uniche mani assenti sembravano però essere quelle più importanti: le mani dello Stato.

L’allora presidente del consiglio, in piena crisi elettorale, Silvio Berlusconi, vede l’occasione per tornare sulla vetta dei sondaggi, ed elabora in breve tempo un piano di ricostruzione in collaborazione con Guido Bertolaso, direttore della Protezione Civile. Il progetto, denominato New Town, prevede l’edificazione di 4.500 case già arredate pronte per la consegna entro fine settembre.

Da quel momento Berlusconi avvierà una serie di manovre spudoratamente mediatiche con l’unico obiettivo di indirizzare il giubilo della folla verso la sua persona: trasferirà il già organizzato G8 da La Maddalena a L’Aquila, impiegando più di 180 milioni di euro nel cambio di location e lasciando l’isola sarda pullulante di cattedrali nel deserto; stanzierà 700 milioni di euro per la costruzione della cosiddetta New Town, per un valore pari a 2.700 euro a metro quadrato, cifra ridicolmente esosa per una situazione d’emergenza che aveva come scopo ultimo il favoreggiamento delle industrie edilizie private, tra le quali spiccava quella del cognato di Bertolaso.

I terremotati vengono nel frattempo trasferiti nelle tendopoli, nelle quali pareva, però, vigere un paternalismo iperbolico che non di rado sfociava nella sospensione dei diritti ai cittadini; estremismo giustificato dalla controversa legge d’emergenza del 1992 (legge 225 art. 5 bis), opportunamente rivisitata da Berlusconi nel 2001 ed arricchita della “sveltina istituzionale” caratterizzante il premier, che gli permetteva di agire in deroga a determinate normative prestabilite.

Mentre il Presidente trasformava l’emergenza in pubblicità, più di 70.000 sfollati iniziavano a capire che solo 1/3 di loro avrebbe avuto diritto ad una casa: tuttavia Berlusconi aveva ormai operato un’abile strategia d’accerchiamento, rendendosi indispensabile alle masse, e mentre da un lato procedeva all’evacuazione forzata delle tendopoli poco prima dell’arrivo dell’inverno, dall’altro censurava la sofferenza dei terremotati con il roseo miracolo berlusconiano.

Come quando si accumula troppa polvere sotto il tappeto, però, l’equazione del mattone messa in atto dal binomio Berlusconi-Bertolaso crollò sotto il peso delle sue ingiustizie: venne fuori un numero imprecisato di intercettazioni che accusavano imprenditori, magistrati e politici di abuso d’ufficio e corruzione, tra cui lo stesso Bertolaso, indagato per corruzione e clientelismo d’apparato (anche se assolto successivamente).

Dopo un anno di speculazioni e più di venticinque visite del presidente Berlusconi non una luce, non una voce, non un’anima popola la città, distrutta ed abbandonata.

La pubblicazione di un’intercettazione tra due imprenditori, che li dipingeva danzanti tra discorsi sordidi e sornioni sulle spalle dei terremotati solo poche ore dopo il sisma, fu la goccia che fece traboccare il vaso: gli aquilani, stufi delle menzogne e degli scherni dello Stato, sfondarono le barriere che militarizzavano la città e si riappropriarono del loro territorio, o almeno delle sue macerie.

Dieci anni dopo l’Aquila è ancora da ricostruire e si guadagna il triste primato di cantiere più grande d’Europa. Il centro storico ristrutturato solo per il 60%; le gabbie d’impalcature e i segni di devastazione che solcano ancora oggi le strade; il rumore dei martelli pneumatici che si alterna al silenzio dei vicoli, sono solo alcune testimonianze del fallimento della solidarietà in un luogo dimenticato, che ci ricorda ogni giorno come il passato sia insieme l’elemento più fragile e più stabile dell’universo: sbiadisce sempre ma non cambia mai.


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