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In occasione dell’approvazione al Senato della legge finanziaria 2018, opposizioni, opinionisti, giornali, televisioni si sono stracciati le vesti accusando il governo di infischiarsene della sovranità popolare.

E c’è da credere che, trascorso il Natale, le polemiche riprenderanno quando la legge passerà alla Camera per la votazione definitiva.

In effetti porre la questione di fiducia per approvare una legge, significa in sostanza scavalcare il potere legislativo che la Costituzione assegna al Parlamento. Di fatto il Governo, non eletto direttamente dal popolo, impone alle Camere di approvare un disegno di legge accordando al massimo la possibilità di esprimere in sintesi le dichiarazioni di voto dei gruppi parlamentari.

Si tratta, in altre parole, di aggirare il dettato del primo articolo della nostra carta costitutiva che afferma “la sovranità appartiene al popolo”; vale a dire che, in una democrazia rappresentativa, la sovranità popolare viene delegata agli eletti, cioè ai parlamentari. Cosa che con la fiducia viene accantonata, con il potere esecutivo che si sostituisce al potere legislativo.

Tuttavia viene da chiedersi dove fossero questi difensori della sovranità popolare quando, negli anni scorsi e con i precedenti governi, i diversi esecutivi imponevano a loro volta il voto di fiducia al Parlamento in occasione di approvazioni di leggi di vitale importanza.

Vale la pena di ricordare che, dal 2000 in poi, ben oltre il 30% delle leggi sono state approvate proprio con il voto di fiducia: il 31% ai tempi di Gentiloni, il 27% con Renzi, il 28% con Letta, e addirittura il 45% con Monti. Il quarto governo Berlusconi si fermò invece al 16%.

Ma le percentuali dicono poco. Infatti quasi tutte le leggi finanziarie e i decreti cosiddetti “mille proroghe”, sono stati approvati da questi governi ricorrendo alla fiducia.

Non solo: bisogna ricordare le missioni militari all’estero, la famigerata “Buona Scuola” di renziana memoria, il pagamento del canone Rai attraverso le bollette dell’elettricità, la riforma delle legge elettorale, il pareggio di bilancio inserito in costituzione, l’adeguamento alle varie disposizioni che ci vengono imposte dalla Commissione Europea, e via dicendo.

Le leggi di iniziativa parlamentare e quelle su cui è consentita la discussione in aula, sono ormai di pochissimo conto. Riguardano questioni marginali e di tipo meramente regolamentativo. In una parola sono disposizioni che possono interessare a sparute minoranze e per niente alla stragrande maggioranza dei cittadini.

Di fatto la “sovranità popolare” viene regolarmente scavalcata.
Con buona pace dei suoi difensori dell’ultima ora.


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