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Quel fantasma che si aggirava per l’Europa al tempo di Marx è scomparso. E non c’è seduta spiritica che possa evocarlo, se non in una forma adulterata e distorta.

Finita l’epoca dei miti e delle narrazioni storiche, del comunismo è rimasta sola una sua farsesca simulazione che si chiama ‘sinistra’.

Il comunismo rappresentò – nel bene e nel male – una vocazione militante, una missione religiosa che pretendeva il cambiamento del mondo e la formazione di un uomo nuovo, ed in cui il rigore dottrinario andava di pari passo con una ferrea disciplina.

Niente della sua pratica ideologica era lasciato al caso, all’improvvisazione, ma tutto rientrava in una precisa visione economica, culturale, estetica, linguistica ed etica.

Pensiero e azione erano coerenti fino al sacrificio – sia proprio che altrui – e ogni forma di deviazionismo finiva con un anatema ed una punizione. L’identità comunista era un fattore di distinzione non negoziabile ed un confine politico con l’Altro da sé, il diverso, da educare se non da eliminare.

Poi, negli anni ’70, un giornalista americano si inventò un termine, analizzando i cambiamenti sociopolitici e specificamente – come indicato da Eugenio Capozzi nel suo saggio “Politicamente corretto” – un evento significativo.

Il direttore d’orchestra Bernstein organizzò una festa per finanziare il movimento delle Pantere Nere, senza preoccuparsi dell’odio nei confronti dei bianchi, degli stupri seriali condotti da qualche loro leader e dell’obiettivo razzista del partito.

Di fronte a questa cecità politica e illusionistica fratellanza nacque il termine Radical chic. Tale dispositivo mentale ha influenzato e continua ad suggestionare la borghesia, tanto da infiltrarsi all’interno della stessa componente comunista per decomporla in una melassa indistinta ben tradotta in francese con gauche caviar, sinistra al caviale.

Nel corso degli anni, questa mentalità è diventata pervasiva, fino a corrompere la stessa politica in generale. Dove un tempo c’erano delle ideologie che perseguivano ideali identitari, peculiari visioni del mondo, addirittura specifiche forme di propaganda, ora è rimasta solo una “politica tribale” intrisa di sentimentalismo, di emotività spicciola, di romanticismo esotico, di utopico umanesimo.

La degenerazione del comunismo a sinistra è stato determinato – per parlare con tecnicismo psicodinamico – dalla dissociazione di quest’ultima tra la percezione e il concetto.

Il concetto è il processo che deriva dall’esperienza, dall’esame di realtà, dall’oggettività del giudizio: un livello evolutivo più alto, presente nel comunismo. La sinistra, invece, è bloccata in termini regressivi, restando sul piano di un’attività primaria, soggettiva, illusoria, sensoriale, percettiva.

Il comunismo è stato l’adulto ideologico della Storia, la sinistra è il bambino istintivo della cronaca. Il primo ha fatto paura per la sua fierezza – e anche ferocia – dottrinaria; la seconda fa solo tenerezza – e qualche volta disgusto – per la sua pochezza nelle opinioni e la sua miseria nei comportamenti.


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