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Tra tutte le categorie vessate, umiliate, trascurate, di questa poverissima Italia del terzo millennio, ce n’è una che nessuno si sognerebbe di annoverare nel numero: quella dei bravi. Non i giovanotti col ciuffo e le pistolone di manzoniana memoria: intendo quelli che sono bravi, quelli dotati, volonterosi, intuitivi ed attenti.

I bravi, insomma. E massime, in quel coacervo di idiozie sistemiche e di bischerate a ruota libera che è il mondo della scuola.

Parecchi anni fa, uno dei molteplici pirla che sostengono la politica educativa italiana con le proprie idee del menga, lanciò la parola d’ordine: “Inclusione”.

La cosa, di per sé, non significa una beata sega: che la scuola debba includere i propri alunni è una banale legge fisica. Come, per converso, essa dovrebbe escludere tutta una serie di altre categorie fenomenologiche, che, invece, vi prosperano beatamente.

Qui, però, il termine “Inclusione” è inteso come una specie di mantra: un comandamento astratto. Includere, includere, includere: cretini cognitivi e furbissimi fannulloni, teppisti e spacciatori, gente che sputa come i gechi e si rifiuta di combinare due parole in italiano senza inanellare quindici errori di ortografia, terzo, quarto, quinto mondo, asini e muli, iene e sciacalli.

Includere tutti, includere sempre: e dedicare a questa disdicevole razzumaglia ogni energia, ogni attenzione, ogni terapeutica assoluzione.

La scuola è una specie di Porziuncola, ove si accolgono gli ultimi, gli ultimissimi, gli estremi. Dirigenti ed insegnanti sembrano avere un’unica preoccupazione: quella di includere, vezzeggiare, tutelare e, va da sè, promuovere ogni sorta di abissale fancazzista, ogni somaro refrattario a qualunque sollecitazione culturale, ogni avanzo di bassifondi.

Per giustificare questo afflato da Teresa di Calcutta, il MIUR si è inventato una serie di acronimi a catalogare, in una pittoresca classifica del peggio, tutta l’allegra combriccola dei promuovendi d’ufficio. Ci sono i DSA, ovvero quelli che, secondo sentenze di psicologi, spesso afflitti da interessatissimo accanimento diagnostico, mostrano disturbi specifici dell’apprendimento: dislessia, discalculia, disgrafia. Uno su dieci, forse, manifesta reali disturbi: gli altri nove si limitano ad indossare questa specie di giubbotto antiproiettile, che li preserva dal tiro incrociato di insegnanti che, ogni tanto, si ricordino di valutare secondo giustizia e non secondo misericordia i propri alunni. Non è raro, tra l’altro, il caso in cui studenti con diagnosi DSA siano, alla prova dei fatti i primi della classe: lo psicologo le palanche le ha già incassate, nonostante lo sgionfone.

Poi, visto che, comunque, la diagnosi DSA non si poteva applicare proprio a tutti, si sono inventati i BES, ovvero i bisogni educativi specifici: vale a dire che, chiunque non provenga dalla famiglia felice dei telefilm ha il diritto di essere sottoposto ad un regime di tutela, che gli pari ulteriormente le chiappe, data la stringente necessità di includerlo.
In questa vastissima categoria spesso ricadono, naturalmente, le peggio teppe sul mercato che, essendo, a differenza dei loro insegnanti, del tutto scafati, ne fanno una più di Bertoldo in Francia, certi dell’impunità. E gli altri, direte voi? Gli altri: quelli che non hanno psicologi compiacenti, padri delinquenti, ambiente sociale disastroso, quelli come se la sfangano? Ve l’ho detto: quelli bravi, in Italia, si attaccano al tram. Nessuno li include, nessuno se li fila e, soprattutto, nessuno pensa alla loro vita scolastica: tanto, sono bravi! Loro studiano, vengono a scuola puntualmente, fanno le verifiche, rispettano gli insegnanti: sono il figliuolo non prodigo della parabola del figliuol prodigo. La quale, debitamente fraintesa e cattocomunistizzata, è alla base della dottrina della stramaledetta “inclusione”.

La scuola del bravo studente è un inferno: sente ripetere venti volte cose che ha già introiettato dopo i primi dieci minuti, si becca recuperi, controrecuperi, controcontrorecuperi, finchè anche l’ultimo dei cretini non strappi l’agognata sufficienza, studia su manuali concepiti per ritardati mentali, con programmi ridotti all’osso dagli imperativi inclusivi.

In altre parole, si fracassa le palle sei ore al giorno. E impara poco: quel poco che basta per il cretino, ma che, per lui, è razione infinitesima dello scibile assimilabile. E’, in definitiva, l’unico escluso da questo formidabile processo inclusivo: è l’unica vittima di una scuola tarata sui pigri, gli svogliati, i furbacchioni e, in estremo subordine, quelli che hanno problemi veri.

Una scuola alla rovescia, che non può che produrre una società rovesciata: quella che lasciamo in eredità a questi poveri ragazzi.

Perché le vere bestie siamo noi, che tolleriamo queste schifezze senza ribellarci. A meno che riguardino un nostro figlio: si chiama egocrazia, ed è la forma politica dell’egoismo.


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