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Una volta, c’era l’ideologia: i politici la utilizzavano per governare o per opporsi al governo, mentre noi, la gente qualunque, ci sguazzavamo dentro, letteralmente. L’ideologia era pervasiva: informava di sé le nostre esistenze, pena l’inesistenza sociale.

Quando io andavo al liceo, non potevi astenerti: dovevi per forza schierarti. E schierarsi voleva dire leggere, discutere, sfinirti di dibattiti e di assemblee.

Era straordinariamente palloso, ma ci costringeva a due attività che, col senno di poi, sarebbero risultate molto utili: studiare le idee dell’avversario, per confutarle, e corroborare culturalmente le nostre, per difenderle. Poi, fortunatamente, quel mondo in bianco e nero finì: venne l’edonismo reaganiano, caddero muri e regimi e madama ideologia se ne tornò in soffitta, insieme ai passamontagna e alle bandiere.

Poco a poco, i vecchi partiti ideologici, come il MSI o il PCI, sono scomparsi, sostituiti da loro succedanei, niente affatto ideologici, quanto, piuttosto emozionali, empatici. Come dire che, ai pensieri politici si sono sostituite le sensazioni politiche e alla condivisione il sentimento. La politica, a un dipresso, è diventata la nuova religione, avvantaggiandosi del fatto che la religione vecchia era anche lei passata in cavalleria. E l’approccio a questa politica è divenuto religioso: basato sulla fede più ancora che sul fideismo.

Oggi si aderisce a questo o a quel movimento per affinità emotiva: ci si sente buoni, giusti, positivi, non sulle ali delle idee, ma sulle pulsioni e, talvolta, sulle compulsioni sociali. Questo ha comportato un atteggiamento del tutto opposto, rispetto ai tempi dell’ideologia imperante, da parte di chi fa politica o, meglio, dei sostenitori di questo o quel politico, partito, accolita: le idee dell’avversario non contano più, non si ascoltano, non si confutano. Anche perché, spesso, non ci sono proprio.

Le proprie idee, invece, non poggiano sull’analisi, bensì sulla percezione: non sulla realtà, ma sulla percezione della realtà. Così, il nostro scenario politico sembra una grande arena, in cui si scontrino i settari di questa o quella confessione: con tappi di cera nelle orecchie, per non sentire e una benda nera sugli occhi, per non vedere, si affrontano, forti soltanto della propria incrollabile fede.

Quell’arena è un mondo chiuso: fuori la vita continua, con le sue regole spietate e i suoi ritmi ineludibili, mentre, all’interno, in una bolla di irrealtà, i fanatici si odiano tenacemente, scandendo i nomi dei propri santoni. Ecco, questo è diventata la politica: una sequenza di proclami tra sordi, un monologo a intermittenza.

Il botta e risposta tra Conte e le opposizioni io lo me lo rappresento in questo modo: nient’altro che una sticomitìa, un lanciarsi accuse tra gente che non si ascolta e che si odia, così, antipaticamente, come, simpaticamente, idolatra il proprio demiurgo preferito. E il popolo esulta, maledice, piange e ride, senza un solo momento di riflessione, senza un pensiero razionale: come una folla di bassaridi, invasate dal Dio. Solo che, qui, non c’è nessun Dio: ci sono uomini piccoli piccoli, che litigano, senza capire, senza alcuna ideologia. Senza un’idea.


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