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Sia fatto l’elogio della lentezza: σπεῦδε βραδέως è la frase che Svetonio mise in bocca ad Ottaviano, affrettati, ma pianino. E la lentezza, non solo porta consiglio e permette di muoversi con la dovuta circospezione, ma risparmia un sacco di casini: adelante, Pedro, con juicio.

E’proprio la lentezza che ha salvato le chiappe a questa confraternita di incapaci gaudenti che ci sta conducendo alla dissoluzione, e che continua a salvargliele: l’italica lentezza, che va dai tempi di consegna delle cartoline all’istruzione dei processi penali, dalla promulgazione delle leggi all’appuntamento dall’oncologo.

Una lentezza, ormai, talmente connaturata nei processi vitali delle Nazione da averci reso tutti quanti fatalisti: la nostra indignazione, ormai, sonnecchia, e si sveglia soltanto quando si arrostisce un gatto o si tirano uova in faccia alle discobole italo-africane.

Eppure, questa lentezza pachidermica, questo perenne letargo, ha generato un nuovo pensiero politico: ha permesso, infine, di risolvere quello che era il drammatico busillis della maggioranza di governo Perché la nostra sinistra, rossa o gialla che sia, cresciuta e alimentata a belle teorie, vagheggiando un mondo perfetto di candeline colorate, musulmani integrati e ciclabili fiorite, ha sempre dovuto pagare lo scotto della realtà: la maledetta realtà, che veniva a rovinarle un po’ tutta la favola bella, con il suo insopportabile realismo.

Ci sarebbe voluta una realtà irrealistica, al massimo verosimile, per fare stare in piedi l’esorbitante castello di monumentali cazzate su cui si basa la Weltanschauung giallorossa: ma, purtroppo, la realtà è lì da vedere. Che fare? Si sono chiesti i mastri pensatori. Ed ecco che la lentezza è venuta loro in soccorso, lento pede, come un ragionamento di Toninelli. Visto che, in Italia, per fare qualunque cosa ci vogliono anni, si sono detti i furbacchioni, puntiamo tutto sulle promesse, sul futuro del Paese, sul mondo che verrà: che ci frega? Tanto, prima che i nodi vengano al pettine, ci saremo sparati una legislatura: cinque anni di stipendi della Madonna, di giacche di Corneliani e di fuoriserie a gratis!

Insomma, hanno fatto come quelli che vanno a scrocco, tirandola il più in lungo possibile. L’Italia è nel merdone? Promettiamo 400 miliardi, 750 miliardi, millemila miliardi: tanto, non ne tireremo fuori nemmeno mezzo, di qui alla fine della legislatura. La lentezza è la salvezza: questo potrebbe essere lo slogan dei simpatici mattacchioni che ci governano. E il bello è che funziona! Gli Italiani, ormai rassegnati a tempi biblici per ogni cosa, anziché scendere in piazza e appendere al primo lampione i ciarlatani, aspettano, fiduciosi: la catastrofe si addensa sulle loro teste, come la diabolica cornice di neve, che sta per trasformarsi in mortifera slavina, e loro stanno ancora ad ascoltare le promesse, sempre più roboanti e sempre meno credibili, dei corifei della panzana, dei Dulcamara in stiffelius.

Perché la lentezza gioca a favore del promettente, non mai del destinatario della promessa. E loro promettono, promettono: sussidi per il volo a vela, assegni per i trisessuali, fondo pensioni per i nullafacenti, treni volanti, neve ad agosto, aragosta per tutti. Intanto, passano i giorni, i mesi, la gente chiude, la gente muore, la gente ronfa: e loro, indisturbati, continuano a governare, a indossare immeritate giacche, a riscuotere immeritati guiderdoni. Pacifici, sorridenti, figli della lentezza. E anche un pochino di buona donna…


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