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La teoria secondo cui i prodromi della guerra civile italiana risalgano, addirittura, ai mesi antecedenti il 24 maggio 1915 e allo scontro tra interventisti e neutralisti, che ha suscitato giudizi non esattamente benevoli, in molti ambienti culturali, è tutt’altro che una stupidaggine

Certo, bisogna, innanzitutto, avere ben presenti alcune coordinate storiche, senza le quali, ahimè, non si va da nessuna parte: se si circoscrive il fenomeno della guerra civile a ciò che accadde tra l’8 settembre 1943 e, diciamo così a spanne, l’estate del 1946, e tra fascisti e resistenti, va da sé che una simile teoria risulti inaccettabile.

Se, invece, con la definizione “guerra civile” si intende, in maniera più ampia, la spaccatura, apparentemente insanabile e, talvolta, sfociata in atti di sangue, tra due modi antitetici di intendere la politica, la società e la stessa vita umana, allora il postulato assume tutt’altra efficacia e diviene interessante materia di analisi.

Nel 1915 si affermano due visioni contrastanti, non solo della guerra, ma della stessa esistenza umana

in realtà, queste due Weltanschauung antipodiche erano ben rilevabili, in Italia, ad esempio tra gli artisti, già da prima, sia pure in modo meno evidente. Tra i Crepuscolari e i Pragmatisti o i Futuristi, infatti, intercorre precisamente quel tipo di contrapposizione.

Tuttavia, sarà proprio in occasione dello scontro tra neutralità ed intervento che si affermerà l’idea, propalata dagli interventisti, che chiunque fosse contro la guerra fosse anche contro il Paese. Insomma, che un neutralista, in realtà, tifasse per il male dell’Italia: fosse un antipatriota.

Durante il fascismo, la questione, in pratica, non si pose

tuttavia, la dottrina antifascista iniziò ad elaborare una visione della storia nazionale secondo cui il regime rappresentasse una sorta di iato nel cammino della Nazione, interrompendo un filo che andava dal Risorgimento alle trincee del Carso.

Questa visione divenne dottrina storiografica dopo la Liberazione: la Resistenza venne dipinta come il recupero di questo filo spezzato e come il ritorno alla corretta evoluzione storica dell’Italia, fin dal nome delle brigate d’assalto partigiane social-comuniste e dal simbolo, Garibaldi, scelto per il Fronte Popolare.

Il punto è che questa antitesi forte esiste ancora oggi: solo che, oggi, parlare di fascismo e comunismo, di destra e sinistra, pare non avere più senso

Eppure, nelle categorie della politologia contemporanea, sopravvive questa idea fondante: questo elemento discriminante, tra chi odia e chi ama la propria Patria. Sovranisti e mondialisti, identitari e globali: li si chiami come si vuole, ma la contrapposizione è sempre quella. Da una parte gli eredi di coloro che cantavano “La nostra Patria è il mondo…” e, dall’altra, i difensori della Heimat.

Anzi, oggi, paradossalmente, queste idee vecchie di un secolo abbondante, si sono radicalizzate: i primi, letteralmente, odiano l’idea di Patria e la vorrebbero cancellare, in un delirio di razzismo alla rovescia. I secondi, invece, trasformano, ideologicamente, l’Italia, la loro città, il loro quartiere, in una specie di fortezza da difendere fino all’ultimo uomo.

Eppure, alla base di queste contrapposizioni c’è il batterio originario: quella scintilla che fece bruciare l’odio fraterno, nonostante la fraternità predicata, spesso a vanvera, dagli scrittori risorgimentali. Mi rendo conto che l’argomento è vasto e complesso, e che ci vorrebbero altri spazi ed altri polmoni: ma partiamo da qui.

La politica del 2018 non si è inventata nulla: studiamo quella del 1915 e, forse, capiremo perché continuiamo a perdere tempo con la caccia al fascista, mentre l’Italia affonda di prua.


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