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Dire che quei tre fessi che giravano per Moncalieri, spetasciando uova in faccia al prossimo, lo facessero per goliardia è un’immane cazzata. E’ perfino peggio del casino mediatico che è stato costruito, in pittoresca convergenza di cerebrolesioni tra destra e sinistra, sulla discobola in vena di fantarazzismo.

Quei tre fresconi possono aver agito per noia esistenziale, per debolezza delle meningi, per asinesca balordaggine, ma non mai in nome della goliardia. Non si possono usare le parole a casaccio, signori giornalisti: il grande timoniere diceva che le parole sono pietre, e a ragion veduta, visto che, per una parola sbagliata, a casa sua si finiva in un laogai.

Io vi dico che, talvolta, le parole son bovazze: sono come quelle frittatone di cacca di mucca che felicitano gli alpeggi estivi, e che devi evitare, mentre, con giovanile impeto, caracolli a valle. E, parlando di goliardia, avete proprio centrato una bovazza clamorosa.

Perchè la goliardia fu l’esatto contrario dell’uovicidio di cui sopra: fu l’esercizio, a scopo di allegria, di intelligenze formidabili, e non la zingarata di qualche decerebrato in vena di guapperie.

Facciamo un po’ di ordine. Il fenomeno goliardico nacque nel Medioevo: le università, allora, erano luoghi severi e ricchi di punizioni, anche corporali. Dura fatica, duro sacrificio era studiare: gli studenti si riunivano in “universitates”, con molte “case” che li radunavano, solitamente per paese d’origine, per tutelarsi e tenersi compagnia.

La reazione giovanile alle difficoltà di una vita dura è sempre stata, fino a questi tempi piagnucolosi, l’esorcismo scherzoso: il turpiloquio, l’oscenità sessuale, la parodia della disciplina in forma di nonnismo.

La goliardia si formò, dunque, come una sorta di legittima difesa psicologica, assumendo, col tempo, nuove forme e nuove voci.

Nel XIX secolo, con lo svilupparsi dei moderni atenei, nelle moderne città, con i moderni figli della borghesia, la goliardia assunse l’aspetto che ha, poi, mantenuto fino al famigerato ’68, psicopompo del tempo andato ed ostetrico del nulla odierno: confraternite di brillanti cervelli, dedite al bere, al fare casino e al locupletare di sè i postriboli.

Una sorta di apprendistato o di lungo addio al celibato, prima di diventare serissimi professionisti, illustri luminari, scrittori di vaglia.

Ci passarono, non senza lasciare qualche segno, Pascoli e D’Annunzio: pare, anzi, che la celebre occorrenza Ifigonia/lucida begonia e la citazione della rossa Alfa Romeo, si debbano alla rabdomantica penna dell’Imaginifico.

E, oggi, si vorrebbe definire “goliardia” questa scemata delle uova?

Offesa sanguinosa ai goliardi di ieri e dell’altroieri: sesquipedale manifestazione di ignoranza.

Ahimè, gli autori di questo grottesco equivoco appartengono alla stessa maledetta genia che la goliardia l’ha uccisa: con il suo perbenismo, la sua morale bacchettona e piccolo borghese da funzionario comunista, la sua difesa miope di diritti mai lesi dagli scherzi dei goliardi.

E, adesso, vorrebbero che Lazzaro risorgesse, solo per giustificare il gesto di tre imbecilli?

Date retta, giornalisti dei miei zebedei, lasciatela riposare in pace, la santa goliardia. Quest’epoca di nani non ne è degna: anzi, nemmeno la potrebbe capire.


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