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Da diversi anni la Germania è assurta a stato-guida e potenza egemone dell’Europa e in particolare dell’Unione Europea, anche sulla base di un’opinione diffusa che la pone da sempre in quella posizione. Ma le cose non stanno così.

Stiamo parlando della Repubblica Federale, costituitasi sulle ceneri del III Reich nazista al termine della Seconda Guerra Mondiale e riunitasi con la sua parte più orientale solo nel 1991. In un’area geografica che grossomodo corrisponde allo “spazio germanico”, inteso il blocco di feudi ed entità politiche che nel 911 d.C. si unirono a formare la prima edizione del Regnum Germanorum: esso includeva l’attuale Germania, i Paesi Bassi, parte del Belgio e della Svizzera, nonché le cosiddette “marche orientali” che si estendevano fino al corso dell’Oder, alla Boemia e all’Austria. Non è un caso che quei territori furono oggetto della politica pangermanica di Hitler e ancora oggi rappresentano un consolidato blocco politico in Europa.

Oltre mille anni fa, dunque, duchi e feudatari di etnia germanica decisero di concedersi ampia autonomia all’interno dell’Impero carolingio, ormai in via di dissoluzione, ponendo il Duca di Franconia a loro leader federativo. A lui succedette il suo rivale, Enrico I Duca di Sassonia, che riuscì a portare il titolo regale alla sua dinastia, gli Ottoni, che in seguito con suo figlio Ottone I “detto il grande” divenne anche imperiale ed erede dei Carolingi (dal 962). Tale passaggio di consegne non fu mai accettato dal resto dell’Europa cristiana, soprattutto dalla Chiesa di Roma che in particolare rifiutava la sottomissione al potere assoluto degli imperatori. Quando la successiva dinastia dei Salici trasformò l’impero in Reich (Regno), a imitazione del regno divino ecumenico di ispirazione orientale, le tensioni di fondo esplosero e portarono l’Europa alla “lotta per le investiture” e alla guerra “guelfi e ghibellini”, che in ultima analisi destabilizzarono l’impero stesso a metà del XIII secolo.

La ricostruzione dell’impero (che ormai tutti consideravano “germanico” nonché cristiano) avvenne più a oriente, fra Praga e Vienna che divennero le nuove capitali imperiali e sedi dei feudi delle nuove dinastie reggenti, i Luxembourg e gli Asburgo. Da quel momento la Germania tornò a essere un territorio incluso nell’Imperium cristiano sebbene frantumato in numerosi feudi, vescovadi e libere città che, progressivamente, guadagnarono ampia autonomia rispetto al potere assoluto centrale e svilupparono reti di relazioni commerciali e finanziarie che, nei secoli a venire, costituirono una struttura di potere reale fenomenale. Così quando il regno germanico poté ricostituirsi nel 1861, dopo secoli di assoggettamento all’Impero che nel frattempo si era traslato in Spagna e poi definitivamente in Austria, la forza economica tedesca aveva già posto le basi per il ritorno del Reich (1871) estendendo i propri interessi a tutta l’Europa orientale e balcanica, avendo costruito solidi e perduranti rapporti con i regni scandinavi e con le nuove istanze politiche dei Paesi Bassi e del Belgio. Il Congresso di Berlino del 1878 fu il suggello della politica egemonica tedesca e in particolare del genio del Cancelliere Bismarck, che riuscì a stabilire “sfere di influenza” non configgenti per gli altri stati-potenza europei dell’epoca (Gran Bretagna e Francia, spinti verso le colonie nel resto del pianeta, Russia e Impero Austro-Ungarico contenuti sul continente lungo il limes del nuovo Reich e persuasi a consolidare le proprie mire espansionistiche nei Balcani e in Asia, a discapito del decadente Impero Turco).

Quel modello politico-diplomatico è ancora attuato oggi nei consessi decisionali dell’UE e del G8, nei quali la Germania ha certamente una posizione preminente e rappresenta gli interessi degli altri paesi confinanti che ruotano attorno alla sua strapotenza economica. Ma le cose sembrano essere cambiate negli ultimi anni e le recenti elezioni europee lo han dimostrato chiaramente. Sebbene sia stata scelta una tedesca a guidare la Commissione UE nell’ambito di un accordo di spartizione egemonica con la Francia (che in cambio ha preso la sedia di Presidente Bce), la pressione delle altre regioni geopolitiche di Eurolandia e del complesso unitario-comunitario non è più sopportabile. Se da un lato c’è l’Italia che vuole recuperare il suo ruolo di potenza economica, sia in ambito continentale che globale, non si nascondono le mire di sviluppo e di sicurezza dei paesi orientali, timorosi della nuova minaccia russa e ambiziosi di contare di più in Europa dopo l’allargamento subito nel 2004 sotto la dettatura giuridica franco-tedesca, mentre l’area nordica-baltica è in subbuglio, fra crisi sociale ed economica interne e questioni di principio legate alle regole comunitarie, cui si aggiungono la rinascita della penisola iberica e la Brexit.

Peraltro, la contestazione dell’abuso di “surplus commerciale” verso il resto del mondo, che fa della Germania il leader europeo nella produzione industriale e nella distribuzione anche dentro lo spazio comunitario, potendo contare su una supply chain intereuropea e in continuazione con quella commerciale nata nel medioevo, cui si somma la preminenza del sistema finanziario tedesco nell’ambito della rete bancaria europea e della BCE, sembra un chiaro segnale di crisi di leadership. Confermato dal voto del 2019 che ha rotto gli equilibri europei costringendo per la prima volta la tradizionale alleanza socialdemocratica-liberale ad allargare la coalizione ai verdi (ecologisti) e ai gialli (i “grillini” italiani), dimostrando che un certo modello europeo è in via di disfacimento. E si tratta proprio del modello bismarckiano di realpolitik economica che (ahime!) aveva trascinato l’Europa nel baratro dei conflitti mondiali del XX secolo.

Più probabilmente, gli stati membri dell’UE hanno capito che la sudditanza storica verso la Germania e la sua presunta leadership assoluta non sono più accettabili, in quanto non poggiano più sui presupposti storici di formazione e costituzione dell’Europa cristiana e della stessa UE. Sullo sfondo, infatti, restano sempre latenti le antiche differenze e distanze fra mondo nordico-germanico e mondo latino, cui si è aggiunta la sfera slava-orientale. Per non fare cenno alle sussistenti diversificazioni in materia religiosa, cristiana, e culturale-intellettuale che riemergono in ogni occasione in cui si discuta di valori. Su questi aspetti la Germania non ha mai saputo (né forse voluto) trovare soluzioni/mediazioni, forte della sua posizione di dominio economico-commerciale che, inevitabilmente come tutte le cose terrene, prima o poi è destinata a fallire.


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