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Scatenamento di istinti primordiali, promesse che già in anticipo si sa che non si potranno mantenere, prospettive visionarie di improbabili futuri, e poi, quando la musica è finita e i figuranti se ne vanno, c’è qualcuno che ha già pronte le contromosse per disinnescare i vincitori della sagra elettorale.

C’è forse qualcuno così ingenuo da credere che il potere, se fosse anche lontanamente preoccupato di un suo reale pericolo dai risultati dei ludi cartacei, ci farebbe votare? Anche sì, vista la carica emotiva e l’incontenibile onnipotenza che prorompe dall’ultimo candidato del più esiguo Comune italico.

Correva l’anno 1844 quando Benjamin Disraeli, due volte Primo Ministro inglese, scrisse: “Il mondo è governato da personaggi diversi da quelli che immaginano coloro che non gettano lo sguardo dietro alle quinte”.

Eppure nulla è cambiato nella mentalità politicante, a dimostrazione che – tanto per continuare con citazioni importanti – Hegel nelle Lezioni di filosofia della storia – “i popoli e i governi non hanno mai appreso niente dalla storia, né hanno mai agito secondo dottrine che avessero potuto ricavare da questa”.

A parte la soddisfazione personale nel vedere il rifiuto della gente delle élite e la scoperta di una realtà diversa dal credo liberalcapitalista, resta la questione del “Che fare?” di leninista memoria.

Perché se può essere – ed è – entusiasmante percepire l’aria di rivolta in molti paesi europei, è altrettanto disarmante avere la netta percezione che si tratta di rivolte, appunto, ma non di rivoluzione che è ben altra cosa.

La rivolta è il moto spontaneo più o meno violento contro una condizione di oppressione e di alienazione che coagula spontaneamente delle forze popolari. Bene, anzi benissimo. E poi? Anche se una rivolta riuscisse a prendere il potere, questa domanda si riproporrebbe con ancora più insistenza e gravità. Perché è la gestione dello stesso il problema, non la sua conquista.

La rivoluzione è una strategia da ingegneri, insegnava il prode Lenin che di trame ne sapeva qualcosa. Sono i tecnici che gestiscono il sistema, non l’entusiasmo e l’abnegazione delle armate popolari.

Riusciranno i nostri eroi sovranisti di maggio a compiere questa cambio di veduta? Avranno dei professionisti competenti o dovranno affidarsi a quei dilettanti allo sbaraglio che già stanno impelagando la politica italiana? Ci sarà il coraggio sufficiente di scegliere e di decidere, o saranno scelti e decisi dall’affarismo partitico e dalle logiche di corridoio e di sottoscala?

Ero tentato di dire: speriamo. Ma la speranza, dall’ebraico antico i latini la traducevano con illusio. E se questa opportunità restasse solo un sogno, il risveglio sarebbe un altro incubo come quelli che hanno infestato questi anni di Europa dei mercanti, dei biscazzieri e dei ricattatori.


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