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Il tema prioritario dell’agenda politica dell’UE è certamente la Brexit: sia perché è il primo caso di defezione di uno stato membro, sia per le conseguenze che porterà sugli equilibri economico-politici futuri del continente.

È una vicenda poco comprensibile ai più, sebbene fosse già scritta e leggibile nella storia britannica.

Già perché lo strappo fra l’arcipelago britannico e l’Europa si era creato dal XV secolo d.C., quando la sconfitta nella Guerra dei Cento Anni comportò la perdita di ogni feudo in terra ferma per la casa reale inglese dei Plantageneti (originaria della Francia). E ancor di più con la successiva dinastia Tudor, quando i rapporti entrarono definitivamente in crisi per la posizione di sostegno alla Protesta religiosa che fra XVI e XVII secolo sconquassò l’Europa cristiana e poi la stessa Inghilterra, con l’avvento della dinastia Stuart regnante in Scozia e anch’essa originaria nel continente. Protagonista della guerra civile inglese che instaurò un regime di anticlericalismo e diede vita alla rivoluzione scientifica ancora oggi dominante in tutta Europa, essa strinse alleanze matrimoniali con le dinastie regali di Danimarca, Olanda e Portogallo, oppure con alcune famiglie della nobiltà inglese, anziché con le tradizionali casate franche o ispaniche.

Una linea perpetuata anche dalle successive dinastie di Hanover e di Windsor, che si unirono sempre più a casate nobili di Germania, terra da cui entrambe provenivano. In tutto quel tempo, la Gran Bretagna fu in costante conflitto con la Francia egemone e spesso alleata alla Danimarca, alla nascente potenza olandese e agli Imperi orientali, ma soprattutto era ormai rivolta alle proprie sconfinate colonie disseminate in ogni angolo del pianeta: a metà XIX secolo d.C., quando la sfida con la Francia era terminata con la Pace di Vienna, dove la potenza britannica aveva imposto l’equilibrio e il primo embrione di “mercato comune” europeo necessariamente aperto agli scambi commerciali, l’impero coloniale della Regina Vittoria occupava quasi un quarto delle terre emerse ed era organizzato per garantirne l’autosufficienza.

Dopodiché la politica di “splendid isolation” britannica vide la trasformazione dell’immenso impero nel Commonwealth of Nations, una conformazione politico-giuridica tuttora viva e vigente, ispirata dalla “gloriosa rivoluzione” del 1689 d.C. che trasformò l’antico regno di Albione in una monarchia costituzionale nella quale è l’insieme dei liberi cittadini ad assumere il ruolo di sovrano generale (Leviatano). Un modello che difficilmente potrebbe conciliarsi con l’UE di Maastricht, che mira invece a concentrare il potere in alcuni organi istituzionali burocratici. Si aggiunga che il Commonwealth britannico odierno vede ancora la Regina Elisabetta quale capo di stato di paesi come il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, etc., e fra gli stati membri l’India, il Pakistan, la Nigeria e il Kenia. Si comprende come tutto ciò non potrebbe essere contenuto in un’altra organizzazione politica che si avvia a una riforma politica incerta e poco conciliabile con la tradizionale plurimillenaria monarchia britannica.

Inoltre la distanza fra mondo britannico ed Europa si ampliò a partire dal XVI secolo a causa del costituirsi della Chiesa Anglicana: un vero e proprio scisma dalla Chiesa romana cattolica, voluto da Enrico VIII Tudor quando nel 1531 d.C. si fece nominare dal Parlamento capo della Ecclesiae locale, che divenne indipendente dal Papa e sottoposta all’autorità del sovrano inglese, riproducendo il modello di “cesaropapismo” che nei secoli precedenti aveva prosperato nello scomparso Impero bizantino e si era poi trasferito alla “terza Roma” moscovita. Ancor oggi la Chiesa Anglicana è prevalente nel Commonwealth cristiano ed è più vicina alla chiesa ortodossa che a quella romana, con tutte le inevitabili connessioni che ne conseguono a livello sociale, economico e politico.

Si aggiunga che la Gran Bretagna (entrata nelle Comunità Europee solo nel 1974) non ha mai aderito alla moneta unica europea, conservando l’antica Sterlina (coniata per la prima volta nel 1158 d.C.) che ancora oggi è una delle valute più diffuse e potenti sul pianeta. La nascita di “Eurolandia” e la successiva imposizione di politiche fiscali e monetarie fondate sull’Euro non avrebbe potuto che portare alla fuoriuscita della Gran Bretagna dall’UE.

Per rimanere nel settore economico-finanziario, non può ignorarsi lo strettissimo rapporto fra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti (ex-colonia britannica fino al 1776) e in particolare fra le due più importanti piazze finanziarie mondiali, la City londinese e Wall Street, epicentri della cd. “economia globale” e mediatori di oltre la metà dei capitali circolanti sulla Terra!

Questo fortissimo legame si è consolidato, dalla definitiva indipendenza degli Usa, in una alleanza politico-militare indissolubile, ribadita e restaurata proprio in questi giorni con la visita ufficiale della famiglia Trump a Buckingham Palace. Un’alleanza che fu vincente nella Prima e nella Seconda Guerra Mondiale e si riverbera nelle sedi istituzionali dell’Onu e del G7, dove i due paesi hanno quasi sempre la maggioranza potendo contare sul pieno appoggio di Francia e Canada. Pensare che la Gran Bretagna avrebbe abbandonato una tale posizione di potere planetario per relegarsi fra i 28 stati “a sovranità militata” che subiscono le politiche di Bruxelles era poco credibile.

Infine, restano importanti le differenze etnico-culturali che ancora oggi marcano il confine fra le isole britanniche e il continente: loro sono un mix di popolazioni celtiche, britanniche e anglosassoni, con una buona presenza di nuovi cittadini provenienti dagli ex-dominions, mentre l’Europa è prettamente bianca, mediterranea-germanico-slava e di cultura greco-latina. Si pensi solo alla guida a destra che permane in Gran Bretagna dai tempi dell’epoca napoleonica, oppure al sistema giurisdizionale inglese cd. “common law” che si ispira all’antico diritto romano giustinianeo e alle consuetudini, completamente differente dal modello continentale forgiato da giurisprudenza e positivismo. Per non parlare delle varie abitudini alimentari, famigliari, di vita comune quotidiana, folkloristiche che compongono quella “tradizione inglese” ancora oggi appresa dai nostri figli studiando la lingua inglese a scuola. E così distante dagli usi e costumi continentali.

Insomma, la Brexit non è una sorpresa ma un’inevitabile opzione già attivata dalla premier Thatcher con la dichiarazione “opting out” al momento di portare la Gran Bretagna in UE, che sarebbe divenuta reale nel momento in cui la Comunità Europea si fosse trasformata da mercato unico in un progetto politico unitario.


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