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Ci sono molti razzismi, sotto il cielo: alcuni si appalesano nelle forme consuete e ci fanno storcere nobilmente il naso, mentre altri, viceversa, sono abilmente camuffati, tanto da lasciare imperturbato il nostro assetto facciale. Camuffati talmente bene da venire, spesso percepiti come il loro esatto contrario.

Perché, se è vero che esiste un razzismo ciondolone e trogloditico, che si manifesta attraverso una volgarità d’animo patente e offensiva, ve n’è un altro che, al contrario, trasuda velenosamente da atti e parole apparentemente pregni di caritatevole trasporto verso i meno fortunati, coniugandosi felicemente con la più marcia ipocrisia.

Di quest’ultimo vi voglio dire, cari electomagici: giacchè, dell’altro, immagino vi abbiano già triturato le balle ad abundantiam.

Io credo, anzi, sono convinto fermamente, che esista una vena del tutto sotterranea di autentica cattiveria, di spocchiosa arroganza, nelle esternazioni, a prima vista di una correttezza ancor più etica che politica, di certe persone, di certi ambienti: sono quelli di Capalbio, certo, ma non solo loro.

Vero è ben che Capalbio è diventata, per così dire, la metafora di questa carità pelosa e un po’ nimby: i ricconi, intellettualoni, nei loro ozi dorati, che stigmatizzano il razzismo degli abitanti dei suburbi, ma che tengono la puzza di piedi del beduino ben lontana dalle loro chaise-longues.

Tuttavia, quello dei vacanzieri capalbiesi è solo il più clamorosamente grottesco dei fenomeni di criptorazzismo: c’è dell’altro e, secondo me, c’è di peggio.

Esiste, ad esempio, da tantissimo tempo, un razzismo di rimbalzo: una sorta di eco involontaria dell’antirazzismo. Prendiamo il mito, tutto americano, del buon negro: lo zio Tom e la sua capanna, la Mamie di “Via col vento”. Vi è nella carezzevole ed affettuosa descrizione di questi personaggi un nauseante razzismo di rimbalzo: come se si parlasse di bambini, di minus habentes. Come dire: guardate che, anche se sono negri, sono buoni e bravi, e noi li amiamo.

Questa forma carsica di razzismo compare spessissimo in pensieri, parole ed opere di certa sinistra scema: la mitologia dell’extracomunitario che aiuta la polizia ad arrestare un ladro in fuga, l’africano nullatenente che trova un portafogli gonfio di soldi e lo restituisce all’incauto fesso che l’aveva perduto, sono parte di questo repertorio desolante. La notizia non è l’onestà, ma che l’onesto è un africano: vedete, maledetti razzisti? Pentitevi, ordunque: servi sunt? Homines sunt!

Facciamo chiarezza: non essere razzisti significa sbattersene del colore, della religione o delle origini di una persona: vedere in un gesto di onestà un uomo onesto e non un africano onesto. Non tifare per l’Africa contro l’Europa, come i comunisti che, per mostrare la fedeltà alla linea, tifavano Urss contro la loro nazionale. Questo significa non considerare affatto la razza: negarne il significato denotativo è solo una guerra da idioti.

Il vero cittadino del mondo non considera nessuno come una specie a rischio, da tutelare contro gli attacchi dell’umana crudeltà: o, meglio, considera a rischio tutti quanti, a prescindere da parametri di catalogazione etno-geografica. E se un africano è onesto, gli batte le mani, come le batterebbe ad un norvegese: ma, se l’africano è un po’ brighella, gli dà serenamente del porco, come farebbe con un brighella scandinavo.

Invece, il razzista strisciante, il salivoso e caritatevole gesuita, con la sua boccuiccia a cul di gallina, sempre pronto a lanciare anatemi sull’altrui barbarie, non si sognerebbe mai di considerare un porco o un delinquente di pari dignità, uno straniero, rispetto ad un suo concittadino: il concittadino ha l’aggravante di non essere un primitivo (poverino), un semianalfabeta che è appena sceso dalle piante (così se li immaginano), perciò è mille volte più colpevole. Superiore per civiltà e progresso e quindi colpevole: perché così ragionano i Voltaire del terzo millennio, tutti fieri di sé, della propria bontà e del loro vezzeggiato e tutelato buon selvaggio. Sono fermi al “Negro di Pietro il Grande”, questi analfabeti spirituali.

Prova ne sia che qualcuno di loro si spinge a dire che un africano non può sapere che violentare una donna in Italia è un reato o a dichiarare la pericolosità sociale di un soggetto in quanto incapace di trattenere i propri istinti: cioè a dire che sono ignoranti, sono come animali, e vanno giustificati.

Questo non è antirazzismo, cari electomagici: questa è spazzatura ideologica. E’ peggio di qualunque razzismo da svastica e manganello, perché si autoassolve in partenza. Anzi, in partenza è del tutto inconsapevole, sotto due dita di albagia. Sempre la stessa, sempre uguale, dai tempi di Berlinguer e del suo insopportabile razzismo etico. E la vera ed unica razza inferiore, credetemi, è la loro.


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