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Ogni anno me lo dico: non ti devi incazzare, non ti devi incazzare, non ti devi incazzare! Invece, poi, regolarmente, m’incazzo lo stesso: appena sul web compaiono le prime indiscrezioni sui temi di maturità, mi parte l’embolo, con precisione millimetrica.

Eppure, mi dedico con solerzia e disciplina a tutta una serie di esercizi di training autogeno: mi ripeto che devo aspettare a scrivere il solito pezzullo sui temi, che è meglio rifletterci su, analizzare la rava e la fava.
Ma non c’è niente da fare: troppo stupidi i temi, troppo insultante il criterio che vi sovrintende, troppo beffarda la scelta.

Provate un po’ a mettervi nei panni di un insegnante: non un fanigottone di quelli con la lena sotto i piedi, che piagnucolano da mattina a sera sulla dura fatica di spiegare quattro boiate in nove mesi, sibbene uno di quelli seri, ben laureati, ben preparati, ben decisi a terminare il programma, e a trasmettere agli studenti apparati decorosi e nozioni significative.

Ecco, nei panni di quell’insegnante, i titoli dei temi di quest’anno sono come sale sulle piaghe aperte: un cachinno sardonico al misero lavoro, all’umile tentativo di dare alle nuove generazioni una parvenza d’idea di storia della letteratura e di storia tout court.

Perché l’insegnante di cui sopra, è partito a spron battuto, lo scorso settembre, a spiegare Carducci e i Veristi, il Decadentismo e Pascoli, Gozzano, i Futuristi, D’Annunzio, la guerra, le riviste del Novecento, l’Ermetismo, il Neoverismo, il Neorealismo: insomma, bazzecole. E lo stesso dicasi per la storia: Crispi, i governi della sciabola, Giolitti, le guerre coloniali, la Grande Guerra, Versailles, le autocrazie, le dittature, i totalitarismi, la seconda guerra mondiale, la guerra civile, le istituzioni repubblicane, la guerra fredda, la decolonizzazione, la globalizzazione.

Paccottiglia, per il sagace estensore dei temi di maturità: fuffa allo stato puro, il lavoro di un anno.

Perché di Bassani si deve parlare: e non della sua straordinaria capacità lirica, non della Ferrara sognante e nostalgica, ma della questione ebraica. Sempre e solo la questione ebraica.

E della Merini, che, pace all’anima sua, è uno spot sul disagio, più che una figura cardine della nostra letteratura: le sue poesiole sono assurte a dignità di capolavoro, grazie alla voga da Baci Perugina di un popolo bestia, ma valgono poco o niente, sul piano concreto dell’arte. Chi la spiega, la Merini?

E di De Gasperi e Moro: mica dell’uno o dell’altro, ma di entrambi, in meravigliosa sinergia democristiana: e, allora, l’unico parallelo che i miei studenti avrebbero potuto azzardare è quello tra la svendita dell’Istria, in cambio dell’amato Tirolo e la svendita della Zona B, in un contesto di oscure e mai analizzate a fondo sudditanze internazionali. Ma non credo che l’augusto correttore avrebbe gradito.

Insomma, ve la faccio breve: pressochè nulla di quel molto che i miei poveri studenti hanno dovuto studiare quest’anno è servito loro per svolgere questi temi. E, come al solito, questo legare mani e piedi ad alunni studiosi e preparati, togliendo loro la possibilità di esprimere la loro preparazione, favorirà gli ultimi, i diseredati. Ovverosia gli asini, per cui la Merini o il Manzoni sono, in definitiva, la stessa cosa.

L’anno prossimo, lo giuro, salterò a piè pari analisi critica e figure retoriche, narrazione ed esegesi storica: registrerò ore ed ore di Raistoria e di spot televisivi ed aspetterò fiducioso i nuovi temi. Stavolta, sul pezzo, finalmente.


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