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Signor giudice, lei venga quando vuole. Più ci farà aspettare più sarà bello uscire.

Sono trascorsi decenni da quando Roberto Vecchioni dedicava una canzone al giudice che se ne stava al mare mentre il cantante, detenuto, aspettava la fine delle ferie e dei comodi del magistrato. Ora, a cantare, potrebbe essere Roberto Rosso, politico in carcere da mesi con l’accusa di aver comprato ben 38 voti su oltre 4mila preferenze.

Eh, certo, è il gesto che conta, non l’ammontare dei voti acquistati da personaggi di dubbia moralità. Se avessero avuto una morale, d’altronde, non li avrebbero venduti. Una condanna? No, per carità. Con i tempi della giustizia italiana si può anche crepare in attesa di una sentenza, anche solo di primo grado. E poi c’è il virus. Anche per chi è in attesa di giudizio, ma non conta. Si può forse mettere a rischio la salute di un magistrato? Mica si tratta di un operaio richiamato in fabbrica, mica si tratta di un ristoratore che sarebbe felice di tornare a lavorare.

La giustizia, in Italia, è un optional. E quando agisce si rimpiangono i tempi in cui era ferma per il terrore del virus.

Già, perché le motivazioni con cui sono stati negati i domiciliari a Rosso spingono a sperare in un virus perenne. Il pericoloso politico potrebbe, infatti, reiterare il reato. Comprando altri 38 voti per elezioni che non ci sono e neppure sono in programma. Mica come gli spacciatori che, arrestati più volte nello stesso giorno, per i magistrati non rischiano di tornare a spacciare e, dunque, vengono immediatamente rimessi in libertà. È la giustizia Made in Turin, bellezza..


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