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L’orrore, l’orrore. Fare, una volta, i baffi da Poirot alla Gioconda, è gesto originale e simpatico. Postulare che sia arte mustacchizzare tutte le opere pittoriche del Rinascimento sarebbe follia.

Eppure, l’arte, esauriti i canali comunicativi tradizionali, a partire dall’inizio del XX secolo, ha preso a battere strade contorte, a perdere il suo legame con il popolo, a diventare bislacco esercizio intellettuale per pochi adepti: in altre parole, a essere brutta, banale, pretenziosamente nevrotica.

Non crediate che reciti la parte del solito laudatore del tempo che fu: qui non si tratta di difendere un passato, quanto, piuttosto, di non farsi prendere per il culo. Raccattare quattro strofinacci, un secchio ed una scopa e dirti che è un’installazione artistica, intitolata “Fatica”, non è fare dell’avanguardia: è fare i furbacchioni.

E, se la porcata va in vendita, si tratta anche di truffa aggravata. Scemi quelli che la comprano, direte voi: certo, scemissimi. Ma, stante l’agonia in cui versa la cultura, si potrebbe anche parlare di circonvenzione di incapaci.

Come che sia, vorrei dirvi di una di queste operazioni di trasgressione, contaminazione, abbellimento, che mi ha fatto l’effetto di un bufalo che mi cammini sulle palle. Si chiama “Maestri del paesaggio” ed avrebbe l’obbiettivo di rivisitare e trasformare, artisticamente, uno dei siti più straordinari della straordinarissima Città Alta, che è la meravigliosa parte antica di Bergamo, adagiata su di un colle: anche adesso, la sto guardando dalla mia finestra e mi domando come i nostri antenati abbiano potuto concepire tanta armoniosa bellezza.

Poi, torno con gli occhi a quel che sto scrivendo, e mi domando, invece, come i miei contemporanei riescano a produrre tanta insensata bruttezza.

Vedete cari electomagici, alla bruttezza ci si può anche adattare, se non abituare: i condomini che sembrano missili su palafitte, le fontane che sembrano posacenere, in fondo, sono un ritratto aderente al vero della nostra epoca. Ma andare a portare la bruttezza là dove una sapienza plurisecolare ha posto un’increduta meraviglia, questo è cosa cui abituarsi è impossibile, cui adattarsi sarebbe arrendersi al male.

Lo dico perché questi “Maestri del paesaggio” hanno impiantato, negli anni, in Piazza Vecchia, che è uno degli angoli più suggestivi d’Italia, luci colorate, moquette fucsia, fontanelle in stile nani da giardino. E, oggi, anche un’incredibile jungla di erbacce da massicciata ferroviaria.

Mi avete capito benissimo: non piante ornamentali, che c’entrerebbero come i cavoli a merenda, ma che, per qualche giorno, possono andare. Erbacce scolorite, che sembrano raccolte in uno di quei prati polverosi cari alla miseranda poesia montaliana: cespi di stentate simil-lattughe moribonde, aiuole di infestanti da debellare con la diossina e la solita, inverosimile, moquette alta dieci centimetri, di un sintetico scricchiolante, da fare invidia al bilocale di Mr.Bean.

E tanti bergamaschi, probabilmente poco versati nell’arte d’avanguardia, si sono domandati: perché? Che bisogno c’era di rovinare una piazza di per sé perfetta, sia pure per qualche giorno? Di cosa sono testimonianza le brutture, se non di un desiderio di differire a tutti i costi? E, non potendo differire in meglio, va da sé che lo si faccia in peggio.

Mi si risponde che gli allestitori sono tra i più celebri creatori di paesaggi al mondo: meno male! Non oso pensare cosa sarebbe successo se avessero ingaggiato le scamorze!

I paesaggi, per solito, li fa il Padreterno, non i padreterni: lui li fa e, se le cose girano dal verso giusto, uomini sagaci e rispettosi li educano all’umano, con grazia, equilibrio, buon gusto, in linea con quanto divisato dal creatore. I colli intorno a Firenze ne fanno fede.

Invece, in questa circostanza, l’uomo si sovrappone al paesaggio con arroganza: quasi dicesse che qui comanda lui, che decide lui cosa è bello e cosa no. E posa moquette di plastica sugli antichi mattoni. Non so se questo sia o meno il Kali Yuga: io me lo immagino molto simile. L’orrore, l’orrore.


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