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C’è una condizione di godimento particolarmente diffusa, uno stato quasi di eccitamento morboso variamente distribuito: quello che è inquadrato nello statuto di vittima.
Fra le categorie particolarmente dedite al piagnisteo – forse pari merito con quella del becerume politico emotivamente instabile quando proclama un danno alla nazione – è ultimamente la casta del quarto potere.
Però, attenzione, questo non vale per tutti gli appartenenti al sinedrio dell’informazione, ma solo per quelli di sinistra, dalla carta stampata agli apparati audiovisivi.
Basta che tu li sfidi ad un duello dialettico, e già sorge il lamento della provocazione; se ti scappa il termine pennivendolo, ecco il vissuto di aggressione alla professionalità; se poi gli auguri di subire la stessa sorte delle cazzate espresse, allora siamo all’attacco mortale alla libertà di informazione.
È il caso del martire David Puente, per il quale l’Ordine compatto ha chiesto solidarietà e visibile conforto. È accaduto che il sopracitato – riporto testualmente dal comunicato delle Federazione Nazionale della Stampa – “aveva commentato le tabelle di un articolo sui reati (e sulle violenze) commesse da stranieri. Con argomenti e cifre ha provato a disinnescare il fiume di odio che argomenti come questi provocano in rete, a volte per ingenuità e superficialità, a volte per calcolato interesse”.
Soffoco a stento la commozione per questa eroica presa di posizione e passo al fatto. Un tale Roberto Contessi, presidente dell’associazione regionale dei costruttori edili del Friuli Venezia-Giulia, commentando l’articolo gli ha augurato “di avere una figlia o una sorella stuprata da uno di quei bei ragazzi che manteniamo nelle caserme”.
Cattivo gusto? Anche sì. Auspicio deprecabile? Sicuro. Ma che per una battuta pesante e deplorevole si scateni la solita manfrina sulla violenza ai giornalisti e per la salvaguardia della libertà di informazione mi pare strumentale e capzioso. Anch’io sono stato minacciato da un gentile uomo di colore su FB, ma a due anni dalla denuncia non si è risaliti al profilo criptato. Mi si conceda un innocente sospetto.
Ma non era questo che volevo puntualizzare. Quanto quel passaggio sul “fiume di odio”. Da Douglas Murray a Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi-Difesa, tutti i giornalisti non allineati al pensiero del potere hanno ribadito il consiglio pressante, se non l’ordine, da parte dei governi alla stampa e alle forze di polizia di non riferire dati riguardanti i reati commessi da clandestini o meno. Addirittura, in Francia e in Germania evitano le statistiche. Per cui, l’impegno dei vari Puente sparsi nelle redazioni è solo censura, che nel nostro clima democratico del linguaggio sanificato passa per “non creare allarme sociale”.
È chiaro che poi qualcuno più sensibile, magari malamente, magari senza tatto, si incazza. Del resto, è il filosofo Michel Onfray, nel suo ultimo eccellente saggio Teoria della dittatura, ha denunciare il fatto che “la stampa si è sempre comportata come dispositivo ideologico”, che “scopo ultimo del giornalismo è formare attraverso l’ideologia con il pretesto di informare sul reale”, che “i giornalisti diffondono dati contrari a quelli forniti dalla realtà”, che “il mestiere di giornalista è intossicare con la scusa di informare e disinformare con la scusa di disintossicare”.
Giornalisti di potere, ovviamente, perché quelli non allineati non hanno grande possibilità di espressione mediatica.
Piuttosto l’insulto di “comunistello”, quello sì è imperdonabile: lo considererei un attacco all’intelligenza e alla dignità. Un’offesa non riscattabile neanche col sangue.


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