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Dedico questo libro alla Vita, all’Amore, alla Morte, ed al mio motore, sempre ubriaco di benzina e di spazio, che ha squarciato i Silenzi dell’Infinito coll’urlo rauco dei suoi 250 HP.

Così scrisse Arturo Ferrarin nel suo libro “Il mio volo Roma-Tokyo”, il raid aereo compiuto cento anni fa insieme al motorista Gino Capannini. Il raid venne compiuto tra il 14 febbraio e il 31 maggio 1920. Il viaggio si svolse sorvolando l’Eurasia, così come auspicato da Gabriele D’Annunzio e Haurichi Shimoi. Fu proprio il Vate a scegliere gli equipaggi degli undici velivoli, scelti fra sottotenenti, tenenti e capitani. Fra questi Ufficiali, sfortunato, vi fu il Capitano Mario Gordesco, nativo di Arcola, un piccolo paese della provincia di La Spezia.

Gli equipaggi:

Tenente Guido Masiero e Motorista Roberto Maretto su biplano Ansaldo SVA9
Tenente Arturo Ferrarin e Motorista Gino Cappannini su biplano Ansaldo SVA9
Tenente Giuseppe Grassa e Capitano Mario Gordesco su biplano Ansaldo SVA9
Capitano Umberto Re e Operatore Cinematografico Bixio Albertini su biplano Ansaldo SVA9
Capitano Ferruccio Ranza e Motorista Brigidi su biplano Ansaldo SVA9
Tenente Amedeo Mecozzi e Tenente Bruno Bilisco su biplano Ansaldo SVA9
Tenente Ferruccio Marzari e Motorista Giuseppe Da Monte su biplano SVA9

Il volo lungo e complicato presentava, per le conoscenze aeronautiche di allora, gravi rischi e difficoltà quali: la conoscenza circa la meteorologia era quasi inesistente, la struttura dei velivoli era di legno e pertanto soggetta alle variazioni di temperatura ed umidità, l’abitacolo aperto non dava alcun riparo durante i lunghi voli di trasferimento, l’assenza di strumentazione obbligava il pilota ad una “condotta a senso” e quindi la navigazione era solo a “vista”, la radio non era presente a bordo, l’elica di legno, seppur “blindata”, era soggetta ad una forte usura, il sistema di raffreddamento del motore non era adeguato per le temperature tropicali.

Degli undici velivoli, con i rispettivi equipaggi, solo gli aerei di Arturo Ferrarin e Guido Masiero giunsero in Giappone dopo molti scali ed una serie di inconvenienti. Gli altri equipaggi incapparono in incidenti, che impedirono loro di raggiungere Tokyo, fra questi vi fu anche un incidente mortale dove persero la vita il Tenente Giuseppe Grassa e il Capitano Mario Gordesco. Il tragico incidente avvenne il tredici aprile 1920 sul campo di volo di Bushir (Golfo Persico), dopo un mancato atterraggio, durante la riattaccata (forse dopo aver urtato una costruzione) l’aereo precipitò al suolo distruggendosi e causando la morte dei due piloti. I corpi di Grassa e Gordesco rientreranno in Patria solo il ventitré maggio 1924, infatti il dieci luglio 1922 la Regia Nave Torpediniere Calabria, salpò da Taranto per una missione in Oriente per portare soccorso alla popolazione di Tokyo colpita da un violento sisma.

La storia del Capitano Ugo Mario Gordesco.

Nacque ad Arcola (La Spezia) il 12 dicembre 1894. Nel 1910 si trovò a Parigi dove si accese in lui la passione per il volo e grazie ad un costruttore francese di aeroplani iniziò a compiere i primi voli. Rientrato in Italia si arruolò come Sottotenente di Complemento nel 3° Bersaglieri e poco dopo passò in servizio permanente. Nel 1912 sul Campo di Aviazione di Somma Lombarda, ove esisteva la scuola di volo della Società Caproni, conseguì il brevetto di Pilota n° 151. Continuò il suo addestramento che si concluse il 14 giugno 1914 sull’Aeroporto di Aviano, con il conseguimento del Brevetto di Pilota Militare. Gordesco partecipò alla guerra italo-turca sul fronte libico al termine della quale venne nominato Istruttore alla scuola di volo di San Giusto e successivamente a quella della Malpensa. Allo scoppio della Grande guerra venne assegnato alla 75° Squadriglia. Nel 1917 venne nominato Comandante della 80° Squadriglia ed effettuò sortite di guerra per sei mesi. Dopo la battaglia di Caporetto, dove perse 5 velivoli, venne assegnato come istruttore alla scuola di Furbara (Roma) ove addestrò piloti dell’ USA Air Service che verranno successivamente impiegati sul fronte francese. Nel 1919 Gordesco venne coinvolto da D’Annunzio nel suo progetto del raid Roma-Tokyo e l’undici marzo del 1920 decollò dall’aeroporto di Centocelle in Roma insieme ad una squadriglia di cinque aerei SVA9 con l’obiettivo di raggiungere a Calcutta gli altri SVA9 di Ferrarin, questi decollati il quattordici febbraio.

La morte dei due piloti italiani partecipanti al volo Roma-Tokyo ebbe vasta eco in tutto il mondo, specie negli Stati Uniti. In Italia, nonostante il successo dell’impresa, il raid fu oggetto di aspre critiche. Furono i partiti di sinistra che, pur riconoscendo il valore di ciò che Ferrarin portò a compimento, contestarono l’eccessiva spesa di denaro pubblico e l’organizzazione stessa che indubbiamente fu approssimativa. L’Italia e gli italiani dovranno attendere una dozzina dì anni prima di veder conclusi con successo, ammirazione e riconoscimento mondiale, le trasvolate di Italo Balbo e dei suoi uomini.
Il corpo di Ugo Mario Gordesco riposa nell’edicola funeraria di famiglia nel cimitero monumentale di Baccano, frazione di Arcola, borgo ligure al quale è stata dedicata la strada principale.

Parte del testo è estrapolato dal libro “Ali sul Golfo – L’Aeronautica Militare e l’Aeroporto di Cadimare” di Paolo Camaiora. Edizione “Circolo La Sprugola” La Spezia. 2017. ISBN 978-88-942613-0-1


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