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La Dea Ragione, tanto decantata dai progressisti che si rifanno ai Lumi rivoluzionari è morta e sepolta.

La Lega Spartachista tedesca, che ha firmato con il sangue di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht la rivolta del ’19 contro la Repubblica di Weimar, avvertiva che “il nemico è in casa nostra”. Nell’inno delle Brigate Nere si cantava “contro i nemici dentro e fuori”.

Insomma, da ogni rispettabilissima visione politica veniva sempre messa in evidenza la necessità di combattere gli avversari interni, contro i sabotatori dell’idea.

Erano, quelli, nemici in carne ed ossa, mentre nell’attualità l’antagonista democraticamente e politicamente spalmato è ineffabile, incorporeo e metastatico: la superstizione.

La superstizione, quel mostro che si manifesta quando il senso critico, l’esame della realtà, il rigore concettuale, l’analisi direi clinica dei fatti sono sopraffatti dall’emotività alterata, dal sentimentalismo patologico, dalla distorsione cognitiva.

Il modo in cui è stata affrontata la vicenda di Silvia Romano è l’ultima dimostrazione di una lunga serie di deformazioni nell’informazione.

Dalle stragi che hanno devastato l’Italia al caso Regeni, dal fenomeno esilarante delle sardine all’ultimo noiosissimo evento virale, tutto è inquinato dall’irragionevolezza, dalla superficialità e dalla impressionabilità. Ogni barlume di lucidità e di scrupolosità è andato a farsi friggere.

Senza leggere tra le righe dei comunicati ufficiali e senza porsi le cinque domande già in altre sedi esibite – Chi?, Dove?, Come?, Quando?, Perché? –, che non devono essere circoscritte alla buona pratica giornalistica, ma dovrebbero essere patrimonio del buon ragionamento comune, ognuno straparla e stragiudica in nome della democratica libertà di parola.

Quando poi, nella limitatezza delle valutazioni, il supposto pensiero si intorcina nell’impossibilità di una conclusione logica, si cede la palla ai decifratori della psiche.

Ecco saltare fuori dal cappello del prestigiatore dell’informazione l’onnisciente Massimo Recalcati – tanto per fare un esempio popolare – ad illuminarci sull’istinto di morte dei jihadisti, o altri esperti della psiche a disquisire sul trauma dell’ostaggio, sulla Sindrome di Stoccolma, sul condizionamento nella conversione.

Tutto bello, bellissimo, culturalmente affascinante, ma praticamente cianfrusaglia dialettica.

Silvia Romano e altre “vispe Terese” dell’avventura non sono che patetiche randagie del brivido. Quello che sta dietro alla loro partenza e al loro ritorno si riassume nel discorso di Amleto a Orazio: “Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia”. Il resto, è fuffa retorica.


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