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Un omaggio che non ti aspetti, quello tributato da Silvana Accossato al più grande cantante piemontese, Gipo Farassino, presentando una mostra ospitata dal Consiglio regionale e dedicata a Farassino uomo, artista e politico.

Inaspettato, l’omaggio, perché arriva da un’avversaria politica che, per descrivere Gipo, lo ricorda come simbolo di una “barriera” (un quartiere periferico) che non rimaneva ferma a lamentarsi aspettando un intervento miracoloso dal centro.

Una barriera che, nonostante la povertà, bastava a se stessa perché aveva un’anima, una identità ben precisa.
Gipo, da politico, aveva scelto l’autonomia e la Lega; Accossato è consigliere di LeU.

Eppure esiste una radice comune, che è l’appartenenza ad un popolo, ad una terra. Accossato ricorda quando, da ragazzina, le feste in famiglia erano accompagnate dai canti dei brani di Gipo.

Ora non si canta più. Codreanu sosteneva che per cantare servisse un’armonia interiore. Il Piemonte che non canta Gipo è il simbolo della perdita dell’armonia.

Uomo vero, Gipo, come raccontano le foto che saranno esposte alla biblioteca di via Confienza sino all’8 gennaio. Ma le foto non riescono a raccontare tutta l’umanità di un personaggio che ha sempre conservato la semplicità, la disponibilità, la capacità di essere del popolo e tra il popolo anche all’apice della carriera musicale, teatrale, politica.

Cantava l’orgoglio di essere piemontese e porgeva la mano a chi piemontese non era ma amava questa terra. Cantava Brofferio e le canzoni tradizionali, ma coinvolgeva gruppi di giovani emergenti.

Interpretava brani ricchi di impegno e li alternava a pezzi scherzosi. Autore e interprete, musica e teatro. Artista completo, dunque, in grado di creare e cantare brani in piemontese e in italiano, di recitare in entrambe le lingue, anche con ostiche incursioni in parlate piemontesi diverse dal torinese.

E capace di riunire il monte e il piano, con uno spettacolo in cui era affiancato da Sergio Berardo e i Lou Dalfin, il più noto gruppo occitano. Capace anche di grandi inimicizie, ma sempre pronto a superare qualsiasi tipo di ostacolo con chi considerava amico.

Da uomo di barriera amava la compagnia degli amici, fare tardi bevendo e chiacchierando. Raccontando storie ed ascoltando, scherzando, prendendo in giro e ridendo quando era lui l’oggetto degli scherzi.

Un uomo vero, amato dagli avversari a volte più di quanto fosse amato dai suoi colleghi. E da uomo vero ha affrontato il dolore più grande, quello di perdere una figlia in un incidente. È andato avanti, continuando a salire sul palco anche quando la malattia lo aveva ormai divorato ed ogni spettacolo lo sfiniva. E da uomo di barriera ha voluto che la morte lo trovasse vivo.


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