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Generazione Fiocco di neve. Questa definizione della nuova gioventù universitaria americana è stata data da Claire Fox, una scrittrice libertaria famosa, a seguito di una sua esperienza in un incontro presso una scuola superiore femminile.

Lei si aspettava un dibattito a fronte di certe affermazioni, una contestazione a livello culturale delle opinioni proposte, invece molte studentesse in disaccordo con il suo punto di vista si misero a piangere dicendo: “Non può dire una cosa così!”.

Il resoconto di una diffusa e pericolosa fragilità tra i giovani d’oltreoceano – che per altro trova riscontro anche in certi comportamenti di quelli italiani, come aveva già denunciato ad esempio Paolo Crepet – si trova in un saggio di Jean Twenge intitolato “Iperconnessi”.

Ci si chiede da più parti come mai, a distanza di cinquant’anni dalla contestazione che attraversò i paesi d’Europa e fuori Europa, ci si trovi davanti ad una gioventù imbelle, senza passioni, preoccupata solo della propria sicurezza ed esente da quella propensione al rischio che è, poi, quel semplice e salutare rischio di impresa che si chiama progetto di vita.

Da ogni parte del mondo, la ricerca psicologica e sociale denuncia da tempo i danni devastanti e irreversibili prodotti dai marchingegni elettronici e dai dispositivi che gli stessi hanno strutturato: da Facebook a Instagram, da Whatsapp a Twitter.

Immaturità e instabilità, individualismo e disimpegno, crisi identitaria fino al fenomeno del cyberbullismo per arrivare all’aumento dei disturbi mentali e all’incremento dei suicidi.

Insomma, un quadro psicopatologico giovanile diffuso, e che gli esperti documentano in progressivo aggravamento.

Quello che però ha un peculiare interesse politico e psicologico è il bisogno ossessivo di sicurezza che porta a “soffocare la curiosità e la creatività”.

Considerazioni del tipo “Le università dovrebbero essere luoghi sicuri in cui si garantisce il benessere di tutti gli studenti”, oppure non invitare un relatore perché “i discorsi della persona potrebbero infliggere un ‘danno emotivo’”, o ancora “Le risorse sono spesso inadeguate per l’assistenza alla salute mentale nei campus universitari, mentre gli studenti che chiedono aiuto si fanno sempre più numerosi”.

Insomma, le scuole superiori e l’università, dai tempi antichi, passando dal Risorgimento ai nostri anni ’60 sempre fucine di pensiero, luoghi di scontri anche fisici e comunque cenacoli rivoluzionari, sono diventate delle istituzionalizzate comunità terapeutiche.

Una volta gli attivisti del movimento studentesco volevano essere trattati da adulti. Ora è il contrario: vogliono che li si tratti come bambini

Questa è una tragica constatazione.

Tragica, e non è una esagerazione, perché “gli adolescenti di oggi non vogliono più osare…rinunciano a tutto”: e cos’è la vita se non un continuo rischio per seguire la propria vocazione e costruire con fatica e determinazione il proprio destino?

Questo è il risultato di una complessa operazione posta in essere dal cosiddetto sistema: cominciando dalla diffusione delle droghe per arrivare alla tattica meno cruenta, ma più perfida e invasiva della manipolazione delle coscienze.

Instillare la paura, poi invocare una maggiore sicurezza, continuare con il proporre strumenti di carattere psicologico per arrivare al depotenziamento di ogni vitalità.

Il sistema ha vinto. Tutti sani e protetti, ma zombi, e ogni slancio rivoluzionario è finito prima ancora nell’ipotesi che nella prassi.


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