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Per ogni tesi esiste un’antitesi, per ogni frase un’antifrasi: per ogni storia, purtroppo, esiste un’antistoria, che ne rappresenta, per così dire, il negativo

Perché la storia che viene raccontata, raramente parte dall’obbiettivo di avvicinarsi al vero: di solito, piuttosto, pare essere una sorta di giustificazione per le malefatte degli esseri umani.

In un certo senso entrambe le versioni, quella vera e quella antipodica alla verità, mantengono una propria coerenza: come dire che, se la vera storia si regge sui cardini documentali e logici, seguendo una specie di disegno causale, la storia finta si regge, invece, sulla disinformazione e sull’emozione, seguendo un disegno perfino più definito, giacchè è stato progettato da qualcuno e non dal caso.

Renzo de Felice, grande storico di scuola marxista, parlava di una “vulgata resistenziale”: con questo, intendeva dire che il fenomeno della Resistenza è stato oggetto di una colossale operazione di beatificazione, mirata a cancellarne le pecche e ad esaltarne le qualità.

La mia impressione è che, se vogliamo recuperare il senso della nostra storia, noi, oggi, dovremmo fare un passo avanti, rispetto all’egregia intuizione di de Felice: dobbiamo accettare il fatto che esista un’antistoria d’Italia, appunto, e non semplicemente una vulgata.

Questa copia carbone della nostra vicenda nazionale è esemplata sul modello della “vulgata resistenziale”, ma coinvolge tutti i momenti e tutti gli aspetti della storia dell’Italia repubblicana, dandone una lettura assolutamente strabica e parziale.

Fonte principale di questa antistoria è l’anticronaca: la Dizinformacija ad ogni livello, che, da molti decenni, silenzia le notizie sgradite, sottolinea quelle gradite e camuffa quelle che non si possono nascondere.

Insomma, esiste anche nei mezzi di comunicazione il negazionismo, esiste il giustificazionismo, esiste un regime.

L’anticronaca, poi, passa al vaglio di storici compiacenti, che tracciano le linee guida dell’antistoria: questa versione antistorica, poi, diviene la velina su cui uniformare la produzione culturale.

Con questo sistema, si può sostenere che il nero è bianco e che il bianco è nero. Lo si può scrivere sui giornali, sui libri, sui manuali scolastici, fino a trasformare la bugia in dogma, digerito e metabolizzato dal popolo.

Recenti fatti di cronaca sono la prova lampante di quanto vado sostenendo: i mezzi di comunicazione danno continuamente voce a politici ed intellettuali che gridano al rischio fascista.

Eppure, i soli episodi di violenza che le stesse cronache registrano sono opera di estremisti di sinistra, che devastano le città, aggrediscono militanti della parte avversa, lanciano molotov contro sedi di partiti di destra.

Ma la gente ha la percezione di una minaccia fascista: ed è questo che importa. Questa è la Dizinformacija, e funziona maledettamente bene. Tra dieci anni, sarà diventata antistoria: sui manuali scolastici leggeremo che, nel 2018, la democrazia era minacciata dal dilagare di ideologie neofasciste.

E non è una piaga soltanto italiana: un’anziana signora ebrea, scampata alla Shoah, viene accoltellata e bruciata da due musulmani, in un normalissimo (data la matrice degli assassini) delitto etnico-religioso. Ma la stampa parla di omicidio antisemita, tacendo l’aspetto confessionale: come se i due arabi non fossero semiti a loro volta. La gente, educata alle regole dell’antistoria, sentendo il termine “antisemita”, penserà, istintivamente, ad un delitto di matrice politica, ad opera di qualche nazista fuori tempo massimo.

E, di nuovo, il gioco è fatto: una, dieci, cento volte, si ripetono queste mistificazioni, finchè le persone non si abituano a pensare in un certo modo, a senso unico.

Per questo sarebbe essenziale ripensare da capo soprattutto l’editoria scolastica: perché per gli adulti, ormai, è troppo tardi, ma i giovani avrebbero il diritto di crescere in un mondo che si racconti con un minimo di onestà.

Ma capisco che è una cosa un po’ complicata.


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