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La polemica legata all’indiscutibilmente incrinato rapporto fra la destra parlamentare e gli intellettuali schierati a destra, o almeno non allineati al sistema, è da anni una delle basi musicali di sottofondo al dibattito politico in seno al mondo della destra.

Ultimamente la notizia, analizzata e commentata su queste colonne dal diretur Augusto Grandi, della ripresa delle pubblicazioni dell’Avanti ha gettato ulteriore benzina sul fuoco.

Le ragioni di questo rapporto odi et amo sono molteplici. L’unica parentesi felice di questo matrimonio è da ricondurre al ventennio fascista durante il quale gli intellettuali allineati al regime venivano sistemati in poltrone di tutto rispetto, mentre quelli non allineati venivano silenziato in modo poco piacevole eufemisticamente parlando.

Dopo la “liberazione” questo matrimonio si è trasformato in un divorzio dal clima pesante. Basti pensare a tutti gli intellettuali o ai personaggi di spicco nelle rispettive professioni con un passato nelle fila del MSI o del Fronte della Gioventù che oggi, seppur non rinnegando la militanza, non portano in tasca la tessera di partito, di nessun partito. E come dar loro torto? Al Movimento Sociale si possono dare poche colpe: i posti in parlamento erano molto pochi e non ha mai avuto la possibilità di governare l’Italia con la conseguente impossibilità di sistemare intellettuali o di supportare in modo serio le categorie; infatti il divorzio definitivo si può collocare temporalmente durante il boom di Forza Italia e Alleanza Nazionale.

I segni tangibili in campo culturale dei decenni berlusconiani sono completamente inesistenti: unica voce in elenco l’istituzionalizzazione della Giornata del Ricordo, poi il nulla. Non erano pochi gli intellettuali che speravano in una svolta, in governi che avrebbero finalmente sfatato il mito che la cultura è un campo d’azione della sinistra, eppure non è accaduto nulla.

Come nulle sono le posizioni ricoperte da intellettuali di destra nel mondo della comunicazione tanto cara a Berlusconi, a meno che non si voglia affibbiare l’etichetta di intellettuali ai soli Feltri, Sgarbi e Vespa che oggi provocano vergogna anziché orgoglio negli animi della destra. Ancora oggi, anche a livello comunale, accade sovente che una giunta di destra molli le deleghe alla cultura o piazzi su poltrone di rilievo gente che di destra ha ben poco. Esempio lampante e recente è la nomina di Luca Bizzarri come presidente della Fondazione Palazzo Ducale di Genova dal sindaco della città Bucci, supportato da una coalizione di centro destra, e dalla regione Liguria amministrata da Toti. Nulla da togliere a uno dei maestri della satira italiana del nuovo millennio, ma possibile che non ci fosse un ligure coi requisiti giusti per tale carica che non sia pubblicamente schierato a sinistra? Mistero della fede.

Questo sunto storico potrebbe condurre a pensare che gli intellettuali non di sinistra abbiano rotto i ponti con la politica parlamentare solo per orgoglio e risentimento, ma non è così. Non è un mistero che la discussione politica oggi sia a un livello infimo e che venga condotta tramite sparate social che sono come mangime per pappagalli: vanno bene per essere ripetute come un mantra da chi ha poco cervello, ma, per chi ha voglia di approfondire e di ragionare, sono solo semini insipidi.

Non c’è da meravigliarsi dunque se intellettuali e uomini pensanti spesso si vergognino di chi, in parlamento, dovrebbe difendere gli ideali in cui si riconoscono. Ragionando per assurdo ci sarebbe da aver paura di un ipotetico quotidiano o settimanale diretto da Fratelli d’Italia o Lega per la pochezza di approfondimento culturale e politico che produrrebbe ai lettori, senza voler andare a pensare alle firme che vi scriverebbero: politicanti abituati ad anni di frasi ad effetto sui social e di comunicati stampa scritti in base al pensiero del volgo.

Un modo per fare pace ci sarebbe: alle prossime elezioni politiche, visto che i voti e gli scranni, secondo i sondaggisti, non dovrebbero mancare, i partiti di destra dovrebbero riempire i listini bloccati con i nomi degli intellettuali di controcultura lasciando ai politici la sfida delle preferenze. In questo modo avremmo dei partiti in grado di mostrare fieramente una squadra di eletti formata da intellettuali stimati e da politici in grado di raccogliere il consenso del popolo, le cosiddette “bestie da preferenze”. Dopo aver finalmente visto questo miracolo ci si sveglierà tutti sudati, ma felici.


Reader's opinions
  1. Francesca   On   6 Maggio 2020 at 23:48

    Un quotidiano che sostiene Fratelli d’Italia c’è: il Secolo. Una volta leggere il Secolo e altrove il Manifesto aiutava a farsi delle idee, ora la stampa fa le campagne antifake ma bisogna vedere chi sono i fakes. Articolo condivisibile, ma gli intellettuali fanno paura perché oscurano chi idee, volontà, coraggio non ha. Gli intellettuali veri a destra e a sinistra fanno paura perché non hanno padroni e son capaci di fare squadra o di sostenere le buone scelte, con coscienza, non il mecenate di turno. Il ventennio ha saputo riconoscere il merito, sembra che le famiglie degli esuli ricevessero un sostegno economico han detto di recente in Rai, e chi oscurava come D’Annunzio ha avuto modo di continuare la sua opera in un ritiro dorato. Fratelli d’Italia ha avuto un ministro della gioventù che ha perso la sua grande occasione di rimanere nella storia e fare cultura, c’erano già delle linee guida semplicemente da copiare ispirati da Tolkien. E poi … 2020 di che parliamo? È l’era dei comici, i clown in certi casi rivestono posti di più alto rilievo. Le prossime elezioni…ci saranno veramente? Dittatura e democrazia iniziano entrambe per d e finiscono per a, nel mezzo cosa ci sta?

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