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Dopo aver finito di rileggere ad anni di distanza il Che fare? di Lenin, attacco Stato e rivoluzione con un sentimento misto di compassione per tutti i comunisti seri che un tempo studiavano e avevano il senso della Nazione e ora, nonostante un impegno seppure esecrabile ma concettualmente profondo, vedono i loro cascami tra alcol e stupefacenti difendere perversioni e degradi, quando non economicamente elevati supportare il capitale e il libero mercato.

Detto ciò, il comune denominatore di questi due grandi pensatori – Lenin e il Sottoscritto (scherzo, naturalmente) – è la critica a quella superstizione largamente diffusa e metastaticamente pervasiva che viene denominata democrazia.

Se c’è libertà non c’è Stato, e se c’è Stato non c’è libertà”, afferma il prolifico Ul’janov pur riferendosi ad un ‘suo’ Stato, e prosegue: “Nei parlamenti non si fa che chiacchierare, con lo scopo determinato di turlupinare il ‘popolino’”, con conseguente attacco al “putrido filisteismo”.

Ecco il punto. I filistei che detengono il potere di manovrare la massa confortandola con seduttivi diversivi, mentre loro agiscono a discapito dei sudditi soporosi e innocui.

Quei filistei che proclamano il diritto di voto e l’autorevolezza della maggioranza, ma dopo si piegano alla strafottenza delle più esigue minoranze che attentano alla volontà popolare.

Quei filistei che per i quali il voto vale se conferma le loro pregiudiziali, mentre diventa un becero decreto del populismo ignorante se mette in discussione le loro prerogative.

Quei filistei che distribuiscono diritti tanto deleteri quanto confusi, cortocircuitando doveri e responsabilità, purché non vengano toccati i loro privilegi.

Insomma, la democrazia deve fare i conti, prima o poi, con le proprie contraddizioni, come quella di non rendere efficiente e valido, ad esempio, il dispositivo del referendum: sull’immigrazione, sulla pena di morte, sull’ideologia gender, sulla costruzione delle moschee, sull’apertura delle case chiuse ed altri possibili quesiti tra ‘si’ e ‘no’.

Semplicissimo. Ma pericoloso. Soprattutto per coloro che inneggiano al ‘Potere al popolo’, ma si guardano bene dall’interrogarlo, consapevoli di averlo ampiamente tradito.

Del resto, uno dei tanti sistemi di governo, per trasformarsi in un tabù inviolabile doveva per forza di cose passare da un aggiustamento all’altro, da un tradimento all’altro: doveva rinunciare alla parola data giocando tra finzione e doppisensi.

Doveva nascondere la sua mediocrità perché, come affermò nel 2009 Jacques Julliard, Direttore del Nouvel Observateur:

La democrazia è un compromesso. Si deve fare a meno dell’onore.

E in questo c’è riuscita benissimo.


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