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Democrazia, democrazia: quanti crimini si commettono in tuo nome!”
Così, tanto per parafrasare quanto disse nel 1793 la gentildonna francese Madame Roland, poco prima di posare il capo sulla grande livellatrice dei valori di libertà e uguaglianza, nella piazza parigina intitolata alla concordia.
Oggi siamo tutti convinti che la democrazia sia il migliore degli ordinamenti possibili nel migliore dei mondi possibili. Ma ci dimentichiamo che, secondo quanto ci dice il Democracy Index, calcolato dal settimanale The Economist, che esamina lo stato della democrazia in 167 paesi, meno della metà di questi è governato da istituzioni democratiche: 76 contro 91. Ma se si guarda a quelle che il report definisce “democrazie complete”, il numero si riduce a 24, pari al 14.4% del totale, che comprendono il 12.5% della popolazione mondiale.
Ma anche in queste nazioni le cose non vanno proprio secondo i sacri princìpi democratici che dovrebbero essere unanimemente condivisi.
Lo dimostrano due fatti recenti di cui i media si sono ampiamente occupati.
Il 9 agosto scorso in Bielorussia si sono tenute le elezioni presidenziali. Il presidente uscente Aljaksandr Lukašėnka, ha conquistato il suo sesto mandato consecutivo ottenendo oltre l’ottanta per cento dei consensi. I sostenitori della sua principale sfidante, Svjatlana Cichanoŭskaja, sono scesi in piazza per contestare l’esito del voto. Si è parlato di brogli, di schede fatte sparire, di diritti civili negati, e così via. Insomma tutto l’armamentario che viene tirato fuori ogni volta che si contesta l’esito di un’elezione. Ma pur ammettendo che le accuse dell’opposizione corrispondano al vero, non si può negare che Lukashenko (come viene chiamato dai media nostrani) abbia ottenuto una vittoria al di là di ogni ragionevole dubbio. Non la pensano così, a Bruxelles, i più alti rappresentanti dell’Unione Europea. Charles Michel, Presidente del Consiglio Europeo, ha affermato: “Le elezioni del 9 agosto sono state falsificate. Il risultato non vale”. Come si vede, niente giri di parole! E il Consiglio si è affrettato a proporsi come mediatore per l’uscita di scena del presidente eletto.
Immaginiamo di essere uno di quei cittadini bielorussi che hanno votato per Lukashenko. Una decina di giorni fa pensavano di aver espresso “democraticamente” il proprio voto. E ora? Siamo davvero persuasi che a Minsk e dintorni credano ancora nella democrazia e nel diritto di voto che ne è il fondamento?
Non basta. Nella culla storica della “democrazia”, vale a dire negli Stati Uniti d’America, si è tenuta la Convenzione del Partito Democratico che ha indicato Joe Biden come sfidante di Trump alle prossime elezioni presidenziali di novembre. Tra i vari discorsi di rito spicca quello del ex presidente, e predecessore dell’attuale, Barack Obama, il quale ha affermato che, se dovesse vincere ancora Trump sarebbe “in gioco la stessa democrazia”.
E adesso mettiamoci per un attimo nelle scarpe di coloro che quattro anni fa hanno votato per il candidato repubblicano, hanno gioito alla sua elezione, e oggi (magari) hanno intenzione di rivotare per lui. Dal 2016 a oggi non hanno mai avuto dubbi che il loro fosse il paese più democratico del mondo, anche se alla Casa Bianca non c’era un “dem”. Siamo davvero persuasi che a Dallas, Detroit, Menphis e New Orleans credano ancora nella democrazia? O non comincino invece ad avere qualche dubbio e a pensare che la democrazia vale solo se a vincere sono i rappresentanti dei poteri forti, di quella ristretta oligarchia che decide dei destini del mondo e di tutti noi?


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