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Mi piace pensare che il mio lavoro sia servito a qualche cosa e a qualcuno. Che serva e che servirà. Perché sono sicuro di un dato: non smetterò mai di lavorare. Non si può smettere di essere giornalista.

Dopo 40 anni di professione – ho cominciato nel 1978 – mi emoziono all’idea di poter trasmettere ad altri scampoli di società attraverso le storie che ho raccontato, i fatti di cui mi sono occupato.
I

n ogni articolo, in ogni inchiesta, in ogni investigazione giornalistica passano vite, morti, sogni, speranze, cattiveria, bontà, soldi, sesso, amore, amicizia, complicità, tradimenti.

La cronaca è una grande metafora. La più grande, forse. Che non mi molla mai.

Neanche quando passo qualche giorno di vacanza nella mia montagna preferita: Sauze d’Oulx. A quota 1900 metri c’è il Ciao Pais, eccellenza tra i rifugi, tappa ideale per i viandanti e per i turisti. Con Giusy e Mirko, che del Ciao Pais sono i maghi, abbiamo deciso di offrire a chi passa da quelle parti un po’ del mio archivio giornalistico .

Tre giorni (sabato 11, domenica 12 e lunedì 13 agosto), tre spaccati che ho firmato negli anni sui giornali, in tv e in rete.

Per molti, per tutti o quasi, è stata una diva del cinema hard, una pornostar. Ma Moana Pozzi, tema e icona dell’incontro di sabato 11 agosto, è stata molto di più.

Fu protagonista assoluta della prima metà degli anni novanta che suggellò il suo essere star sfilando per Karl Lagerfield e Fendi durante Milano collezioni.

E poi la sua vita (e la sua morte) misteriosa che toccò perfino le alte sfere dell’intelligence.

Una Mata Hari del secolo scorso o una donna da sogno per l’italiano medio? Spia o pornostar? Morta o viva? Chissà…

Uccisa senza pietà il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, per il suo coraggio giornalistico, per la sua determinazione di giovane ragazza.

Domenica 12 agosto racconterò a chi vorrà ascoltare tutto ciò che so, che ho scoperto, che ho, forse, capito dalle morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, inviati per la Rai in Somalia durante la missione di pace Restore Hope/Ibis mentre infuriava una guerra senza esclusione di colpi, sanguinosa, cattiva e imprevedibile, tra i cosiddetti signori della guerra.

Sullo sfondo traffici inconfessabili di armi, di organi, di esseri umani, di rifiuti tossici e radioattivi, l’impiego di uranio impoverito, le torture e gli stupri perpetrati dai militari, la morte di nostri valorosi soldati al Check Point Pasta

Un duplice omicidio rimasto impunito.
Come impunita è la terribile morte di Giulio Regeni, il cui cadavere fu trovato al Cairo il tre febbraio 2016.

Ho avuto tanti problemi per aver ipotizzato, naturalmente con riscontri, senza essermi inventato nulla, che in realtà Giulio Regeni lavorasse per conto dei nostri servizi segreti, in particolare per l’Aise, l’agenzia che si occupa di esteri. Scrissi una serie di articoli nel mio blog che furono ripresi da altri siti e da alcuni giornali, non solo italiani.

Apriti cielo… Per tre mesi non sono mai uscito di casa senza portarmi dietro il mio computer. Qualcuno era molto interessato a scoprire come avessi potuto sapere una notizia così sensibile. Sono stato anche denigrato e infamato da colleghi che pensavo fossero un po’ più coraggiosi.

Lunedì 13 agosto, invece, un tocco di leggerezza. Almeno in apparenza. Mi divertirò a rivelare, tassativamente senza nomi e senza cognomi, un po’ di storie di corna all’italiana. Quelle che ho anche scritto e quelle un po’ meno note che mi sono rimaste nel blocchetto degli appunti. Ci sono i personaggi della politica, dello sport, dello spettacolo e della finanza, certo, ma anche gli ordinary people che per tradire il partner ha messo mano alle più esilaranti creatività.

Perché poi, alla fine della fiera, tutto si può sistemare tra le lenzuola. Almeno in Italia…


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