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Nei giorni scorsi è ricorso il cinquantenario dalla scomparsa di Brian Jones, fondatore dei Rolling Stones e primo indiscusso leader durante i loro primi anni di attività.

Si è ritenuto opportuno scriverne dopo appunto la data precisa della ricorrenza per evitare di finire trascinati dall’onda delle rievocazioni prettamente funebri dei giorni scorsi.

Tendenti a puntare più che altro sugli allora eccessi dell’artista, sulla morte in circostanze drammatiche e mai del tutto chiarite, sul primato davvero poco invidiabile di essere stato il primo socio del famigerato “club dei 27”. Ovvero quei numerosi artisti scomparsi appunto ventisettenni in circostanze non proprio naturali.

Infatti è il lato prettamente musicale che interessa. Stiamo parlando di una figura senz’altro poliedrica, che s’avvicinò alla musica tramite lo studio del pianoforte. E quindi con ogni probabilità l’unico dei cinque componenti iniziali ad essere in grado di leggere uno spartito. Il suo contributo in chiave squisitamente chitarristica – ma era anche un grande armonicista – nei primi tempi del gruppo fu senz’altro determinante. Da notare come sia stato uno dei primi (pochi) in Inghilterra nel fare uso della tecnica “slide”. Non plus ultra per il blues. Quando la “band” cessò almeno in parte di riproporre cover ritenendo ben più redditizie composizioni originali, la barra del timone s’indirizzò verso la coppia Jagger/ Richards. E l’iniziale leadership ne uscì inevitabilmente offuscata.

Ma tutto ciò non impedì alla creatività di Jones d’aprirsi a raggiera nello scoprire e fare proprio un numero imprecisato di strumenti d’ogni genere. Da quelli a corda (sitar, dulcimer), a tastiera (piano, organo, clavicembalo, prime sperimentazioni elettroniche con il mellotron), a fiato (sax e addirittura oboe). Si concesse addirittura il lusso di scrivere una colonna sonora per il film “Degree of murder”.

Il punto forse più alto del suo contributo nei Rolling Stones fu quello riscontrabile in uno dei dischi più belli in assoluto della musica moderna. Ovvero “Aftermath” del 1966. Per il quale miglior modo di parlarne è consigliarne l’ascolto. Si avrà modo di riscontrarne l’oltremodo attuale freschezza. Ed una qualità sonora senza precedenti per quel periodo (fu registrato presso i modernissimi studi RCA di Hollywood). In questa circostanza il biondino dall’imitatissimo caschetto –anche in Italia – si esprime davvero in tutta la sua creatività. Abbracciando pressoché tutto. Garantito, ne vale la pena.

Gli stessi Beatles, per rispondere adeguatamente a così tanta roba, dovettero sfornare nientepopodimeno che un capolavoro come “Sgt. Pepper’s”. Ma trattasi, comunque, di due angolazioni assolutamente diverse. Insomma, dall’addio di Brian Jones in quell’estate del 1969, gli Stones produssero senza dubbio altri lavori di assoluto pregio come parecchi decisamente discutibili.

Ma nulla fu più come prima.


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